Manuale di sopravvivenza di uno scienziato preoccupato ma non ancora disperato

Eccomi

Utente: federico46
Nome: Federico Valerio
Le mie radici napoletane da tempo si sono abbarbicate agli scogli di Liguria. Sono un chimico che cerca di salvaguardare la salute della gente e l'ambiente e, a volte, ci riesce...

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venerdì, 31 agosto 2007
Rotatorie e Lavavetri

Durante il mio primo viaggio in Inghilterra ho cominciato ad apprezzare la funzionalità delle rotatorie (al posto dei semafori). In quel caso, un turista distratto come il sottoscritto, era sicuro di non perdersi, sia per l'ottima e chiara segnaletica che precedeva ogni rotatoria, sia per poter ritornare sui propri passi, senza eccessivo disturbo per gli altri guidatori, se non aveva visto in tempo l'uscita giusta.

Pertanto, con piacere ho constatato come, anche da noi,  sempre più rotatorie stiano sostituendo i semafori.

Un aspetto positivo delle rotatorie è il netto calo locale dell'inquinamento. In tutti i nostri studi, abbiamo potuto constatare che la concentrazione degli inquinanti da traffico è maggiore proprio in corrispondenza degli incroci regolati da semaforo,  in quanto è proprio quando girano al minimo che i motori a combustione interna inquinano di più.

Un altro effetto positivo  delle rotatorie è il minor consumo di combustibili  da parte del parco autoveicolare grazie alla maggiore fluidità del traffico ed il risparmio energetico e di denaro pubblico per l'evitato funzionamento e manutenzione dei semafori.

Ma  le rotatorie hanno anche  due interessanti effetti collaterali:

1) Creano nuovi spazi per l'arte contemporanea e per la creatività degli architetti del paesaggio urbano

2) Eliminano alla radice i problemi di ordine pubblico e di rispetto della legalità che , a sentire qualche sindaco,  sembra che siano creati dai lavavetri scortesi ed abusivi 

Postato da: federico46 a 13:42 | link | commenti (1)

Il Saponaro

L'altro giorno ho letto a mia mamma, 87 anni e napoletana verace, il brano dal "Viaggio in Italia" in cui Goethe descrive l'attività di raccolta differenziata dell'umido, realizzata "ante litteram" dal popolo napoletano alla fine del 1700 ( vedi primo Post  di Agosto 2007).


Nei suoi ricordi, molto più recenti, c'è quella di un singolare figura di ambulante che lei ricorda come il "saponaro".


La mamma ricorda che l' attività di questo personaggio era quella di girare nei paesi e nelle città per raccogliere stracci ( il nome fa supporre che raccogliesse anche ossa, olio usato per friggere, lardo irrancidito e quant'altro utile per fare sapone)  con un interessante forma di baratto. In cambio degli stracci, il saponaro offriva oggetti a scelta, messi in mostra sul suo carretto. La qualità di una caraffa in vetro, che mia mamma ricorda essere frutto di questi baratti e che ancora oggi fa bella mostra di se nel suo salotto, testimonia il fatto che questo tipo di commercio fosse tutt'altro che povero.


Insomma, grazie all'attività del saponaro, oggetti frutto di svendite o fallimenti trovavano un nuovo padrone; gli stracci (dopo un probabile onorevole uso per vestire tutti i figli, passando dal primogenito ai fratelli minori) diventavano dell'ottima carta e il saponaro da tutto questo giro, guadagnava onestamente la sua giornata. Il tutto a rifiuti zero, compreso il trasporto del carretto che avveniva o a mano o con l'aiuto di un asinello. 

Postato da: federico46 a 09:05 | link | commenti (2)
riciclo, vedi napoli, materiali post consumo

giovedì, 30 agosto 2007
Olio di palma indonesiano per le centrali italiane

Genova, agosto 2007

Lettera aperta a Emilio Riva, titolare della più importante azienda nazionale per la produzione e la lavorazione del ferro.


Egregio signor Riva

apprendiamo dalle cronache locali che ha deciso di utilizzare olio di palma come combustibile per la centrale elettrica di Genova Cornigliano che fornirà energia al suo nuovo impianto per lavorazione a freddo dell’acciaio; le stesse cronache ci informano che il Presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando, è favorevole a questo sua scelta.

I motivi che la spingono a questa scelta ci sono chiari: un barile di olio di palma costa 54 dollari, mentre oggi un barile di petrolio è quotato a 78 dollari; inoltre producendo elettricità da una biomassa quale è l’olio di palma, la sua azienda potrà ricevere le agevolazioni economiche previste dal Decreto 387 del 2003, sotto forma di certificati verdi.

In soldoni, questo vorrà dire che, per ogni chilowattore prodotto dalla sua centrale a olio di palma, la sua Azienda riceverà dal Gestore della Rete circa 15 centesimi di euro, ben di più dei 3 centesimi di euro pagati per il chilowattore prodotto da fonti energetiche non rinnovabili (olio combustibile, metano).

Per doverosa informazione dei lettori, con cui lei condivide questa missiva, ricordiamo che gli incentivi che la sua Azienda riceverà, grazie a questa scelta, sono letteralmente prelevati dalle bollette elettriche di tutte le famiglie italiane, per un valore pari a circa il 7% del costo di ogni singola bolletta. Ovviamente si tratta di un prelievo assolutamente legale, deliberato dal governo italiano proprio per incentivare il ricorso alle fonti energetiche rinnovabili.

Ci è meno chiaro il motivo per cui il Presidente della Regione caldeggia questa sua scelta, in quanto il suo principale interesse, oltre a quello di garantire l’occupazione, dovrebbe essere quello di tutelare la salute dei propri concittadini e, a riguardo, abbiamo forti dubbi che bruciare olio di palma, invece che metano, produca un minore inquinamento. E’ molto probabile che sia vero proprio il contrario.

Comunque, è probabile che sia lei che il Presidente Burlando, siate favorevoli all’olio di palma in quanto presunto combustibile ecologico, vista la sua origine vegetale, teoricamente utile per contrastare l’aumento dei gas serra nell’atmosfera del pianeta.

Purtroppo per noi e per lei, le cose non stanno proprio cosi.

Come lei ben sa l’olio di palma è prodotto in Indonesia, ma nelle foreste pluviali indonesiane non c’è traccia di palma da olio, le cui origini sono africane.

Questo significa che per produrre olio di palma, si spiana letteralmente l’originaria foresta, uno degli ultimi serbatoi di biodiversità del pianeta, e al suo posto, dopo aver dato fuoco al sottobosco, si piantano nuove piantagioni di palme da olio.

Nel 2004, gli ettari di foresta pluviale indonesiana trasformati in palmeti erano 5,3 milioni e questa trasformazione non è indolore. A fronte di 11 milioni di tonnellate di olio prodotti ogni anno dai palmeti indonesiani, in gran parte esportati, nel paese restano i rifiuti altamente inquinanti prodotti della lavorazione dei datteri: 32 milioni di tonnellate, tra scarti solidi e acqua contaminata.

E questa non è l’unica nota negativa. Se tutto andrà avanti così, tra 15 anni, il 98% della foresta pluviale indonesiana sarà sparita e con essa tutta la ricca flora e fauna che questa foresta ha ospitato ancor prima dell’apparire della nostra specie sulla faccia del pianeta.

Non sappiamo quale emozioni le susciti l’idea che tutto questo significa che l’unico modo che i suoi nipoti avranno per vedere un orang-utang sarà quello di andare al Museo di Storia Naturale, dove ci sono alcuni esemplari imbalsamati e montati in suggestivi diorami, ma purtroppo per lei e per noi c’è un’altra brutta notizia: contrariamente a quello che si crede, l’uso dell’oliodi palma contribuisce ad un pesante aumento della concentrazione di gas serra.

Tutte queste notizie, se per caso le fossero sfuggite, sono state riportate dalle edizioni on-line del “The New York Times”, della “Associated Press” e del “Guardian”, rispettivamente del 31 gennaio, 27 marzo e 11 aprile del 2007.

E ora, come preannunciato, i dettagli della notizia peggiore: uno studio effettuato da “Wetland International”, pubblicato a novembre dell’anno scorso e giudicato credibile da diversi Istituti di ricerca internazionali, ha stimato che l’uso come combustibile dell’olio prodotto annualmente da un ettaro di palmeto permette di risparmiare circa 10 tonnellate di gas serra. Tuttavia i gas serra che lo stesso ettaro di terreno emette in atmosfera a causa della deforestazione e della progressiva mineralizzazione della sostanza organica accumulatasi nel terreno, sono pari a 70-100 tonnellate all’anno.

Questo significa che, per ogni ettaro di palmeto, i metodi di produzione di olio di palma usati dai governi della Malesia e dell’Indonesia, provocano un aumento netto di almeno 60 tonnellate di gas serra all’anno; pertanto questo bio-carburante non è eco-compatibile e eco-sostenibile e di conseguenza è molto probabile che nel prossimo futuro l’olio di palma non godrà delle generose agevolazioni previste dai certificati verdi.

Al momento, gli organi di stampa citati segnalano che il governo olandese sta seriamente valutando questa opportunità.

E le stesse agenzie hanno comunicato che, in base ai risultati dello studio della “Wetland International”, fin dallo scorso dicembre, la compagnia olandese Essent ha annunciato di rinunciare all’uso dell’olio di palma nelle sue centrali, condividendo tale decisione con la RWE Power, una delle maggiori società elettriche inglesi.

Ci sembra che ci siano tutti gli elementi per consigliare prudenza nell’imbarcarsi in questo affare, dote che certamente non le manca.

In attesa di un suo riscontro, accolga i miei più cordiali saluti

Federico Valerio

Postato da: federico46 a 07:51 | link | commenti (2)
ambiente, salute

domenica, 26 agosto 2007
Che fare dei supplementi dei quotidiani?

Il parere di due giornalai è che quando compriamo un giornale siamo costretti a prendere e comperare anche i supplementi, anche se non ci interessano, in quanto eventuali inserti rifiutati non sono ritirati come stampa invenduta dal distributore e gli edicolanti non ricevono il dovuto rimborso.

A me sembra che questo pratica, in un linguaggio da codice penale, si possa definire estorsione: se c'è qualche avvocato in Rete mi dia conferma.

Comunque in questa storia c'è ampia materia per i tanti difensori dei consumatori. Il problema dei supplementi indesiderati riguarda il 43 % delle famiglie italiane, ovvero i 9 milioni di famiglie che hanno l'abitudine di leggere regolarmente un quotidiano e che in base alle attuali leggi dell'editoria sono costrette a pagare e a smaltire a proprie spese tutta la "rumenta" (gli inserti) che sono obbligate, loro malgrado, a prendere e, spesso, a pagare.

In attesa che i nostri eletti facciano qualche cosa di serio a riguardo ( ad esempio, garantire agli edicolanti il rimborso dei supplementi rifiutati e il loro riciclaggio obbligatorio da parte della distribuzione, a sua volta obbligata al ritiro) possiamo fare lo sciopero della carta stampata e tenerci informati con i giornali on line su Internet o seguendo al mattino sulla terza rete della RAI la bella rubrica " Prima Pagina" , dove un giornalista, a turno, commenta i fatti del giorno e gli ascoltatori possono intervenire in diretta e fare domande su questi stessi fatti.

Per chi non ha tempo per la diretta c'è la possibilità di scaricare (gratis), in pod cast ,ogni trasmissione ed ascoltarla, quando vuole, con il suo MP3.

Postato da: federico46 a 19:53 | link | commenti
ambiente

bruciare o coltivare?

C'è un pezzo d'Italia ricco di boschi che, a memoria d'uomo, non conosce la piaga degli incendi.
Questa area felice è la Val D'aveto, nell'entroterra della provincia di Genova, alle spalle di Lavagna.
E' una zona montana (il Maggiorasca, il monte più alto dell'appenino ligure sfiora i 1800 metri) ricca di boschi di faggi, abeti, castagni. La gran parte dei boschi è di proprietà privata e demaniale ( Foresta del Monte Penna) e una parte di questo territorio è, da qualche anno, Parco Naturale Regionale.
L'assenza di incendi in questa valle ha una spiegazione.
Questo territorio continua ad essere abitato dai diretti discendenti dei contadini e montanari che con continuità, fin dall'epoca romana, hanno abitato questi luoghi imparando a sfruttarne in modo veramente sostenibile le sue risorse.
Qui i boschi non bruciano perchè sono ancora una utile risorsa.
Ancora oggi, gran parte delle case della Val D'aveto sono riscaldate con la legna ricavata dai boschi di famiglia e in questa valle lavorano ancora numerosi falegnami che trasformano in mobili, tronchi di castagno e di pino cresciuti nella valle e in qualche caso tagliati in vecchie segherie che ancora oggi, usano l'energia meccanica prodotta con mulini ad acqua, non a caso abbondante da queste parti.
Da queste parti, ogni anno, un ettaro di bosco è in grado di trasformare l'energia solare che illumina questa superfice in nuovo legno, il cui peso va dalle 15 alle 37 tonnellate.
La manutenzione di questo bosco, ogni anno, mette a disposizione circa sette tonnellate di ramaglie che è utile ed opportuno utilizzare a scopo energetico in quanto il loro potere calorifico è equivalente a quelle di due tonnellate di petrolio.
Per gli Avetani l'utilità del bosco non si limita alla produzione di legno per far mobili e alla legna da ardere, ma grazie ai boschi e alla fertilità del loro sottobosco un reddito tutt'altro che trascurabile è data dalla raccolta dei funghi e dall'allevamento brado di mucche che oltre ad un'ottima carne, forniscono il latte che da qualche anno viene trasformato in formaggio, in un moderno caseificio gestito da maestranze locali.
La biodiversità vegetale ed animale legata al bosco è un' altra risorsa che il Parco saprà gestire con intelligenza e già oggi si colgono i segni di una crescita del turismo naturalistico (da queste parti è tornato il Lupo e la Lontra era di casa in tempi non affatto remoti).
In altre parti di Italia e d'Europa (vedi la tragedia di questi giorni della Grecia) i boschi bruciano perchè si ritiene che non abbiano più valore. Meglio l'asfalto e il cemento o i campi da Golf.
E' un errore madornale che pagheremo caro perchè ogni incendio, oltre alle dolorose perdite di vite umane e di altri esseri viventi, contribuisce ad un significativo aumento dei gas serra dell'atmosfera del pianeta e produce grandi quantità di inquinanti estremamente tossici che si diffondono anche a distanza. Inoltre ogni incendio aumenta il rischio di dissesti idrogeologici, accelera la desertificazione già in atto del nostro territorio, contribuisce ad accelerare e rendere meno sopportabili i cambiamenti climatici.
Compito della politica è di ridare valore ai boschi e ai terreni agrari abbandonati (anch'essi preda degli incendi).
Boschi e campi sono equivalenti a veri e propri pozzi di petrolio, una fonte di energia rinnovabile che usata con intelligenza potrebbe permettere ad una umanità più sobria e saggia il superamento della inevitabile crisi che accompagnerà l'esaurimento delle fonti energetiche fossili.

Postato da: federico46 a 15:31 | link | commenti (2)

sabato, 25 agosto 2007
Incendi: cippare o bruciare?

A giugno, i giardinieri che curano gli spazi verdi dell'Ospedale San Martino di Genova, per la prima volta nella storia di questo antico nosocomio, hanno utilizzato una macchina per trasformare in cippato le ramaglie prodotte dalla potatura degli alberi.
In questo caso, la cippatrice era un semimovente a gasolio, in grado di triturare in piccole scaglie (cippato) tronchi fino a dieci centimetri di diametro. Il cippato veniva "sputato" ad alcuni metri di distanza e il cumulo di cippato che si è formato con le potature di quattro o cinque alberi è stato lasciato nel sottobosco nelle loro immediate vicinanze.
Ieri, dopo circa due mesi, sono passato a dare un'occhiata (lavoro all'interno di questo ospedale) e, come mi aspettavo, il cumulo di cippato si è notevolmente ridotto, in quanto al suo interno si sono attivati i microorganismi che provvedono al compostaggio (bio ossidazione) di biomasse trasformando le scaglie di legno in anidride carbonica, acqua e compost.
Ancora qualche tempo e le potature cippate si saranno trasformate in terriccio che andrà ad arricchire il sottobosco dell'ospedale (uno dei pochi polmoni verdi della città) dove i merli già si aggirano alla ricerca di lombrichi e spuntano addirittura i funghi.

Prima dell'uso di questi macchinari le ramaglie erano portate in discarica o bruciate da qualche parte.
E la manutenzione di un bosco produce una quantità di scarti tutt'altro che trascurabili: circa 6 tonnellate per ettaro ogni anno.
Ma bruciare ramaglie è uno spreco, una fonte di pesante inquinamento (l'emissione di cancerogeni quali diossine e policiclici aromatici è garantita) e un rischio di incendi.

La diffusione nell'uso di cippatrici, sia di tipo domestico che professionali, come quelle usate a San Martino potrebbe essere una valida scelta per ridurre la produzione di rifiuti, l'inquinamento dell'aria, la produzione di gas serra e il rischio di incendi.

Una possibile soluzione? Offrire gratuitamente a tutti i cittadini possessori di giardini un servizio a domicilio di noleggio di cippatrici e contemporaneamente vietare l'accensione di fuochi e il confermento di potature nei cassonetti della raccolta indifferenziata.

Faccio notare che il vantaggio per i Comuni, qualora adottassero questa norma, è quello di non dover provvedere al ritiro e allo smaltimento di un rifiuto molto ingombrante quale quello delle ramaglie.
E anche una significativa riduzione degli incendi colposi, a causa di incauti roghi di ramaglie, logica conseguenza di questa scelta, sarà un sicuro vantaggio economico per la comunità (oltre agli ettari di bosco sottratti agli incendi, abbiamo un'idea di quanto costa un ora di attività di un canadair o di un elicottero antincendio?)

Postato da: federico46 a 15:34 | link | commenti (3)
ambiente, riciclo

venerdì, 24 agosto 2007
Perchè i rifiuti aumentano (2)

Comprato il giornale mi sono accorto che la mia stima dell'aumento della produzione dei rifiuti attribuita ai supplementi dei quotidiani era sbagliata in difetto.
La copia de "Il Venerdì di Repubblica" che è venduta insieme al quotidiano, mi è stata consegnata sigillata in busta di polietilene.

Unica funzione di questa confezione, la possibilità di aggiungere altra pubblicità!! (per la cronaca una brochure di Sky).

Quindi, per aumentare i guadagni dell'editore grazie alla pubblicità, a me tocca ogni settimana produrre qualche grammo di rifiuto in più .
Che sia il caso di smettere di comprare i giornali?
Per il momento, visto che pago la Tassa Rifiuti in base ai metri quadrati della mia abitazione, l'unica conseguenza certa di questa eroica scelta sarebbe quella di far lievitare il costo dello smaltimento dei pochi chili di materiali post consumo che effettivamente produco e produrrei.

Postato da: federico46 a 14:17 | link | commenti (1)
ambiente, materiali post consumo

Perchè i rifiuti aumentano (1)

Alle immagini delle strade del napoletano inondate di rifiuti si associa spesso l'informazione che la produzione pro capite dei rifiuti degli italiani è in continuo aumento.
Il messaggio sub liminare che viene trasmesso con queste "informazioni" è che la produzione di rifiuti è l'inevitabile conseguenza dello sviluppo e che solo i termovalorizzatori ci possono salvare dal disastro ambientale.

Ci fosse qualcuno che cercasse di capire seriamente perchè la produzione di rifiuti aumenta!
Personalmente ho una parziale risposta:

1) La pubblicità indesiderata a domicilio

2) Gli inserti dei quotidiani.

1) Nella cassetta delle lettere del mio piccolo condominio (tre famiglie) l'addetto alla distribuzione della pubblicità lascia ogni volta almeno una decina di fogli (poverino anche lui, si vuole sbrigare per guadagnarsi la pagnotta). La pubblicità della COOP, di Unieuro, del Basko, di Eurospin, di Euronics... non ci interessa assolutamente. Il peso di questa pubblicità indesiderata è di 600 grammi alla settimana. Su base annuale fanno 31 chili.

2) Sette numeri di Repubblica, il quotidiano che leggo regolarmente, pesano 1,5 chili. I supplementi settimanali (D come Donna, Venerdì, Affari e Finanza, Medicina e Viaggi) pesano 1,1 chili. Da quando i quotidiani hanno scoperto i supplementi per aumentare i propri spazi pubblicitari sono stato costretto a quasi raddoppiare la mia produzione di rifiuti cartacei.
Su base annua, questa storia dei Supplementi (che ci interessano poco o niente) pesa per altri 57 chili.
Insomma, per quanto mi riguarda, su una produzione famigliare di materiali post ponsumo pari a 300 chili all'anno, inserti e pubblicità a domicilio pesano per 88 chili.

Pertanto, da quando queste due pratiche sono state introdotte, nelle fredde statistiche ufficiali la produzione di rifiuti del mio nucleo famigliare è aumentata del 29%!!
Vi garantisco che il nostro reddito non è aumentato per niente e che anzi il sistema fa aumentare le nostre spese (supplementi a pagamento, aumento delle tasse sui rifiuti).

P.S.: ovviamente tutti i giornali, i supplementi e la pubblicità sono raccolti in modo differenziato e avviati al riciclo (si spera)!


Postato da: federico46 a 09:14 | link | commenti (1)
ambiente, materiali post consumo

sabato, 18 agosto 2007
E il neon dove lo metto?

Se dovete sostituire un neon o una di quelle nuove lampade a basso consumo, giunta prematuramente alla fine del suo servizio, cosa fare?

Se avete qualche scrupolo per un loro corretto smaltimento, come me, al momento il consiglio che mi sento di darvi è quello di fare come sto facendo, me li tengo a casa!
Personalmente non me la sento di contribuire all'imbecillimento del genere umano aggiungendo altro mercurio all'ecosistema.
Infatti in tutte le lampade fluorescenti è presente il mercurio e questo metallo è una brutta bestia: a temperatura ambiente passa direttamente allo stato di vapore e una volta immesso nell'ambiente, non c'è impianto di depurazione fumi che tenga, scappa quasi indenne da qualunque controllo e si concentra lungo la catena alimentare.
E se il mercurio arriva al cervello dei bambini prima della loro nascita o durante il loro sviluppo sono garantiti gravi danni neurologici. Ecco una delle possibili cause della diminuzione del quoziente intellettivo del genere umano!
Per fortuna ci sono anche le buone notizie. Per cercare di farci recuperare il lume dell'intelletto dal 2004 è stato costituito il Consorzio Ecolamp (http://www.ecolamp.it) il cui compito statutario è quello di recuperare i 120 milioni di sorgenti luminose che ogni anno sono sostituite in Italia per provvedere al loro riciclo e al recupero del mercurio con la massima tutela dell'ambiente e della salute ed intelligenza umana.
Il Consorzio, a cui hanno aderito le principale case produttrici di lampade, ha gia predisposto lo schema per il capillare ritiro delle lampade usate e progetto i contenitori per provvedere alla loro raccolta e trasporto in sicurezza.
Tutto bene, peccato che il regolamento attuativo, in grado di mettere in moto il Consorzio sia stato ulteriormente prorogato ( siamo alla terza proroga con scadenza Dicembre 2007).

Non conosco i dettagli della raccolta prevista dal Consorzio ed in particolare l'interfaccia tra il cittadino e il sistema di raccolta.
A mio avviso la scelta più intelligente è di provvedere alla raccolta direttamente nei negozi di elettrodomestici, dove di solito già oggi il cliente si reca con la lampada usata per averne una nuova con le stesse caratteristiche.
Tanto per fare pubblicità un simile servizio è già stato attivato dai negozi IKEA.
Poichè non tutti hanno una vocazione ecologica, un giusto incentivo per i negozi che provvedono alla raccolta dei neon usati potrebbe essere quello di concedere loro uno sconto sulla Tariffa di Igiene Urbana proporzionale alla quantità di neon sottratti allo smaltimento selvaggio

Postato da: federico46 a 16:56 | link | commenti (4)
ambiente, salute, riciclo

Goethe e la spazzatura di Napoli

Goethe a NapoliA partire dal 1786 e fino al 1788, il poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe, intraprende il suo viaggio in Italia, attraversando tutto il

paese, da Trento a Palermo. Le città dove si ferma più a lungo sono

Roma e Napoli. Nella sua ricerca non ci sono solo i grandi monumenti

del passato e le opere degli artisti italiani del Rinascimento; usi e

costumi degli Italiani, così diversi da quelli dei popoli del Nord,

attirano la sua attenzione e molte pagine sono dedicate al popolino

napoletano, alla sua gaiezza, alla sua gioia di vivere, alla sua arte di arrangiarsi. Un brano, in particolare è di singolare attualità e merita di essere citato alla lettera.



"Napoli, 28 Maggio 1787

.... Un numero rilevantissimo di persone, in parte uomini di mezza età, in parte ancora ragazzi, quasi tutti straccioni , sono occupati a trasportare sugli asini la spazzatura fuori dalla città. La campagna

che circonda Napoli è tutta un immenso orto: è un piacere osservare l'incredibile quantità di verdura che vien portata in città tutti giorni di mercato e come l'industria umana riporta poi alla campagna i rimasugli e i rifiuti della cucina, per accelerare lo sviluppo della vegetazione. Dato il gran consumo di legumi, i torsoli e le foglie di cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli dell'insalata, dell'aglio costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può..... Servi, ragazzi, i padroni stessi vanno e vengono dalla città durante la giornata quanto più possono, e quella è veramente per loro una preziosa miniera.....Mi é stato assicurato che talvolta due di questi individui fanno società, comprano un asino, prendono a fitto da un proprietario più benestante un pezzo di terra, e così, lavorando assiduamente, dato questo clima felice, in cui la vegetazione non si arresta mai, riescono a dare alla loro industria uno sviluppo non indifferente"



Alcune informazioni e osservazioni: la Napoli della fine del 1700 conta cinquecentomila abitanti e agli occhi di Goethe Napoli appare una delle città più pulite d'Italia, più di Venezia, Roma e Palermo la cui sporcizia, abbandonata lungo le strade, non sfugge agli occhi del poeta. Il consumo di verdura degli odierni napoletani è ancora oggi alto, e alta è la loro produzione procapite di umido ( torsoli e foglie di cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli dell'insalata, dell'aglio...) e la campagna che circonda Napoli, nonostante discariche abusive e non, stoccaggi di ecoballe, cementificazione legale e abusiva è ancora un immenso orto.

Sono graditi i vostri commenti, in particolare quelli degli amici napoletani



Postato da: federico46 a 13:06 | link | commenti (8)
ambiente, salute, riciclo, vedi napoli