Manuale di sopravvivenza di uno scienziato preoccupato ma non ancora disperato

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Utente: federico46
Nome: Federico Valerio
Le mie radici napoletane da tempo si sono abbarbicate agli scogli di Liguria. Sono un chimico che cerca di salvaguardare la salute della gente e l'ambiente e, a volte, ci riesce...

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domenica, 30 marzo 2008
Mozzarelle e diossine

Mi lascia molto perplesso il modo in cui la stampa italiana e il nostro governo sta gestendo la crisi della mozzarella campana ed in particolare la contaminazione di diossina di questo prodotto.

Fino ad oggi non ho letto e sentito nessuno che ci informasse su quanta sia la normale quantità di diossina che si trova in una mozzarella prodotta in zone non inquinate.

Informazioni a riguardo ci vengono da uno studio pubblcato su Chemosphere nel 2007 ( vol. 67 , pag s 79-s89) che ha misurato le diossine nel burro prodotto dai nuovi paesi membri in particolare Cipro, Repubblica Ceka, Estonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovenia e Slovacchia.

E burro e formaggi, in quanto ricchi di grassi, hanno un comportamento simile in caso di contaminazione da diossine, una molecola molto solubile nei grassi.

In questi campioni diossine e policlorodifenili diossino simili sono stati trovati in concentrazioni comprese tra 0,32 e 0,82 picogrammi per grammo di grasso.

Siamo a valori nettamente inferiori  (anche dieci volte) al massimo consentito,   pari a 6 picogrammi per grammo di grasso, valore che alcune mozzarelle campane superano di qualche decimale ( 6,4-6,8 picogrammi per grammo di grasso).

Quindi nelle mozzarelle nostrane si è trovata una quantità di diossine circa dieci volte superiore a quella normale non solo nei nuovi stati dell'unione ma anche ad esempio in Germania, nei cui formaggi le diossine si trovano normalmente a concentrazioni intorno a 0,6 picogrammi per grammo.

In questo paese che da tempo tiene sotto controllo  suoi prodotti, quando i laboratori improvvisamente cominciarono a registrare concentrazioni di diossine più alte (1,41 picogrammi per grammo) non minimizzarono affatto il problema ( siamo sotto i limiti di legge) ma avviarono una immediata indagine per capire le cause del fenomeno, scoprendo che il motivo dell'aumento di diossine era l'introduzione di mangini contaminati provenienti dal Sud America.

E scoperta la causa fu anche facile porvi rimedio e far ritornare le diossine ai bassi valori di prima.

Le scelte della Germania, oltre ad essere di buon senso per la tutela della salute dei suoi concittadini sono state anche in linea co le indicazioni della Unione Europea che continua a raccomandare gli stati membri di operare per continuare a diminuire l'esposizione a diossine dei propri concittadini.



Il problema grave nelle attuali vicende Campane  è che la quantità di diossine presente oggi in alcuni campioni di mozzarelle ( sono curioso di sapere quali sono i valori di quelle oggi cosiderate in regola)  è nettamente superiore alla quantità trovata negli stessi prodotti nel 2003. In quell'anno, anche a seguito della annosa crisi rifiuti,  il Laboratorio Sperimentale per l'industrie delle essenze condusse uno studio su 90 campioni di mozzarelle campane e calabre, trovando che la maggior parte risultava avere una concentrazione di diossine inferiore a 3 picogrammi per grammo.

Quello studio concluse che per i campioni di mozzarella più contaminati, in base alla composizione di diossine e furani in essi trovati, la spiegazione del fenomeno poteva essere la combustione all'aperto di rifiuti tossici, una evenienza già allora ben nota.



Ho l'impressione che da allora non si sia fatto nulla e che per salvare il buon nome dell'immagine del Made in Italy si preferisca fare la politica dello struzzo.

E questo atteggiamento va di pari passo  a quello dei tanti personaggi che si affannano a dirci che i termovalorizzatori non inquinano  e che non emettono più diossine!



E per lo meno risparmiateci il politico di turno che davanti alle telecamere si abboffa di mozzarelle per dimostrare la loro innocuità.

Postato da: federico46 a 14:52 | link | commenti (2)
ambiente e salute, vedi napoli

giovedì, 27 marzo 2008
Liguria Rifiuti Zero

Liguria: per una regione a Rifiuti Zero.


Federico Valerio




Oggi Genova e la Liguria potrebbero accettare e vincere una nuova sfida, quella di riuscire a gestire la propria  produzione di Materiali Post Consumo (MPC) con scelte a basso impatto ambientale, elevati risparmi energetici, creazione di nuova occupazione, costi contenuti a carico della popolazione.

E per essere chiari fin da subito, questa scelta non è la realizzazione di un mega “termovalorizzatore”, da qualunque parte si voglia collocarlo.

Dove va il mondo.

Un amministratore attento al bene pubblico dovrebbe fare le sue scelte guardando lontano, con limiti temporali superiori a quelli del suo mandato e con una visione spaziale capace di travalicare i risicati confini del proprio collegio elettorale.

La domanda che avrebbero dovuto porsi sindaci, assessori, consiglieri comunali, provinciali e regionali che nel 2007 hanno approvato o contribuito ad approvare l’inceneritore genovese doveva essere la seguente: “Come sarà il mondo tra venti anni?”

L’obiettivo temporale che abbiamo fissato (20 anni) non è casuale. Venti anni è il tempo medio  di ammortamento di una grande e costosa opera come quella di un inceneritore.

E nei prossimi venti anni, succederà di tutto e in particolare il modo di produrre e consumare non sarà più quello che oggi conosciamo e che i nostri politici pensano immutabile.

Ovviamente le banche che dovevano finanziare l’operazione “inceneritore” si sarebbero messe al sicuro facendo sottoscrivere ai sindaci dell’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) un contratto “capestro” che, per i prossimi 20 anni, per garantire gli utili agli investitori, avrebbe costretto i genovesi a produrre ogni anno 340.000 tonnellate di rifiuti e a pagare (caro) il loro smaltimento. Infatti se la produzione dei rifiuti e il loro potere calorifico diminuisse oltre il 10% dei valori sottoscritti dal contratto, i genovesi, in base a questo contratto,  sarebbero costretti a pagare esose penali.

Queste erano esattamente le clausole del contratto pronto per l’avvio dei lavori dell’inceneritore sotto la Lanterna, bloccati da una sollevazione popolare e dalle dimissioni dell’Assessore all’Ambiente Chiara Malagoli.

E una riduzione del 10% della attuale produzione dei rifiuti non è un evento remoto, anzi è fortemente auspicabile.

Basterebbe l’introduzione obbligatoria del vuoto a rendere per tutti i contenitori di plastica come avviene nel resto di Europa, il già previsto divieto di produrre borse in plastica “usa e getta” che oggi pesano per 300.000 tonnellate all’anno, la promozione del compostaggio domestico per tutte le famiglie che hanno un orto, un giardino, un terrazzo fiorito, senza contare l’effetto del naturale calo della popolazione genovese, destinato a continuare anche nel prossimo futuro.

E anche l’attivazione della Tariffazione Puntuale per il servizio di nettezza urbana, in base alla quale ogni famiglia paga in proporzione alla quantità di scarti indifferenziati effettivamente prodotti, comporta  una riduzione della produzione pro-capite compresa tra il 10- 15% come possono testimoniare diversi Comuni che, grazie al sistema di raccolta porta a porta, hanno potuto applicare questa norma tariffaria, peraltro prevista dalla Legge.

E’ evidente che la  realizzazione di un termovalorizzatore e la firma del relativo contratto  capestro, frena pesantemente ogni politica di riduzione e di riciclo.

Dubitiamo che chi continua a promuovere l’inceneritore con recupero energetico come soluzione ai rifiuti genovesi abbia valutato:


E’ probabile che la nuova amministrazione comunale genovese, eletta alla fine del 2006, abbia fatto una sua serie riflessione su questi temi in quanto ha accantonato l’ipotesi di dare l’avvio al progetto del mega inceneritore e sta puntando su nuove scelte finalizzate a massimizare la riduzione e al riciclo.

Così dal marzo 2008 si è avviata  a Genova la realizzazione della raccolta porta a porta in due quartieri con l’esplicita dichiarazione di estendere progressivamente questa esperienza al resto della città.

Insomma, se il giorno si vede dall’alba, per Genova si apre un futuro di citta metropolitana a Rifiuti Zero, in cui gran parte degli scarti prodotti dai genovesi saranno avviati a nuovi cicli produttivi e in cui gli scarti umidi saranno trasformati in compost per uso florovivaistico e in metano per usi energetici.



I prerequisiti del Piano Rifiuti Zero.

Affinchè il piano  di Genova senza inceneritori si realizzi sono necessarie alcune condizioni

- L’AMIU modifica la sua ragione sociale e il suo nome: da Azienda Municipalizzata per l’Igiene Urbana e lo Smaltimento dei Rifiuti ad Azienda per il Riciclo dei Materiali Post Consumo (AMIUR).

- La frazione variabile della Tariffa (TARSU), quella su cui si possono applicare eventuali sconti, viene portata al 30%

- Si attua una Tariffazione a “consumo” (chi produce più rifiuti paga di più)

- La raccolta a cassonetto e a campane è sostituita dalla raccolta Porta a Porta con soluzioni tecniche adeguate alle caratteristiche urbanistiche della zona servita

- Si riconosce la validità di autocertificazione di famiglie ed aziende per poter premiare economicamente chi produce meno MPC e chi contribuisce a tale diminuzione (es. vendita bevande alla spina)

- Si coinvolge la piccola e grande distribuzione in una politica di incentivi alla riduzione e al riciclo

- Gli utilizzatori finali dei materiali riciclabili sono coinvolti direttamente nella gestione dei MPC.

- La Regione attua un piano di  promozione nell’uso di compost nella produzione florovivaistica e per la rinaturalizzazione di tutte le cave liguri esaurite e dei boschi oggetto di incendio per garantire, in questo modo, un utilizzo del compost di media qualità e degli inerti prodotti dalla raccolta differenziata.



Inoltre occorre la revisione dell’attuale Piano Provinciale per la Gestione dei Rifiuti, decisamente obsoleto e il nuovo Piano Provinciale  Gestione Materiali Post Consumo deve prevedere:



- Una riduzione del 20% dell’attuale produzione procapite

- La raccolta Porta a Porta su tutto l’Ambito Territoriale Ottimale (ATO)

- Il riciclaggio vero del 50% dei MPC prodotti

- Trattamenti meccanico biologici per gli scarti “umidi” e per gli scarti indifferenziati

- Lo stoccaggio degli scarti inertizzati e lo sviluppo di tecniche per la loro valorizzazione come materia.



La Tabella che segue mette a confronto il prossimo Piano Piano gestione a Freddo  con l’attuale Piano Provinciale (a Caldo), fatto cento l’attuale produzione di MPC nella Provincia di Genova (ATO).

A riguardo, facciamo notare che l’attuale Piano (con inceneritore) prevede una Raccolta Differenziata al 44% che, a causa della sua bassa qualità, avrà scarti superiori al 20% che saranno avviati all’incenerimento. Al contrario, il nuovo piano (senza inceneritore), grazie al porta al porta, avrà scarti molto inferiori (10%) che, dopo eventuale inertizzazione biologica, saranno avviati a stoccaggio.



 Tabella. Confronto tra il Piano di Gestione con inceneritore (A Caldo) e il Piano senza inceneritore (A Freddo), fatta cento l’attuale produzione di MPC



                    A Caldo       A Freddo

Da gestire       100              80

Al riciclo             36              43

Inceneriti             64               0

Biostabilizzati     0               32

Discarica           19                 0

Stoccati                0               22





L’analisi di questa Tabella segnala l’importanza strategica di dare priorità a scelte che inducano la riduzione alla fonte nella produzione di rifiuti.



Se si riesce a ridurre del 20% la produzione procapite ligure , questo significa portarsi dagli attuali 616 chili a 493 chili, poco più del Veneto (467 chili) e del Trentino (485 chili), regioni che è difficile giudicare sottosviluppate e che smentiscono la favola che la produzione di rifiuti è proporzionale all’andamento del Prodotto Interno Lordo.



Se la Liguria raggiunge questo obiettivo di riduzione alla fonte, la quantità di scarti da raccogliere e avviare al riciclo non è molto diversa da quella prevista dal  Modello a Caldo, come pure la quantità di scarti da mettere a discarica senza inceneritore non è molto diversa dalla quantità di ceneri prodotte dal “termovalorizzatore”.



A livello europeo sta crescendo la consapevolezza che la gestione dei cosidetti rifiuti si vince solo ponendo una fine al dilagare di imballaggi spesso inutili.



In attesa di decisioni nazionali, quali l’introduzione obbligatoria del vuoto a rendere per tutti i contenitori di bevande (latte, acqua, vino, birra..), i singoli comuni possono da subito fare scelte decisive per invertire la rotta nella produzione di rifiuti:

1. Introduzione della Tariffa personalizzata, possibile con sistemi di raccolta porta a porta. Numerose esperienze nazionali hanno dimostrato riduzioni della produzione del 10-15 % in base a nuove scelte di acquisto e consumo da parte delle famiglie finalizzate a ridurre la loro produzione di imballaggi

2. Incentivazioni (sconti su autocertificazioni) al compostaggio domestico anche in ambito urbano  che fa scendere fino al 30% la produzione familiare di MPC.

3. Incentivazioni ai mercati dell’usato (ad esempio con l’esenzione dalla Tariffa Rifiuti per questi esercizi)

4. Incentivazioni alla creazione delle Banche Alimentari per il recupero di alimenti destinati al macero

5. Favorire la vendita di prodotti sfusi

6. Promuovere l’uso dell’acqua da rubinetto, a partire da mense scolastiche e aziendali

7. Promuovere l’uso di pannolini lavabili, a partire dagli asili nido comunali

8. Promuovere l’abolizione dell’usa e getta nelle sagre e nelle feste di partito

 Gli impianti finali

A fronte di un inceneritore da 340.000 ton/anno previsto dal Piano a Caldo, il Piano a Freddo prevede 3-4 impianti per il trattamento meccanico biologico (TMB) della frazione umida raccolta in modo differenziato e per l’inertizzazione della frazione residuale al riciclo e al compostaggio per complessive 170.000 ton/anno, da realizzarsi in parte a Genova e in parte nella provincia



Nel comune di Genova, in una delle zone individuate dal piano provinciale per la localizzazione dell’impianto per il trattamento finale, si realizza un impianto di compostaggio di qualità ad uso parchi e giardini pubblici provinciali e per la produzione floro-vivaistica ligure.



Sempre in ambito genovese si realizza un polo integrato per la fermentazione anaerobica della frazione umida raccolta con il porta a porta e dei fanghi prodotti da impianti di depurazione degli effluenti fognari genovesi.

Le potenzialità di produzione energetica di questo polo sono pari a 7,5 milioni di metri cubi di metano all’anno.

In questo sito si provvederà alla purificazione del biogas prodotto, sia per la produzione di metano per gli autoconsumi energetici degli impianti del polo che di metano di qualità compatibile con l’autotrazione e con la rete di distribuzione del gas metano.

Presso lo stesso polo, a partire dai fanghi della digestione anaerobica, con appositi impianti di bioossidazione si provvederà anche alla produzione e alla valorizzazione di compost sia per usi agronomici che per risanamenti ambientali programmati.



Il Piano a Freddo prevede che il comune di Genova deve trattare 130.000 tonnellate all’anno di scarti indifferenziati. Questo obiettivo si realizza con un impianto di trattamento meccanico biologico di analoga capacità la cui localizzazione potrebbe  essere individuata presso l’attuale discarica di Scarpino.



Il trattamento meccanico biologico trasforma in anidride carbonica e acqua la frazione più biodegrabile,  riduce l’umidità e provvede alla separazione e al recupero di metalli e inerti .



Per il resto della Provincia di  Genova, due impianti TMB da 30.000 tonnellate ciascuno  serviranno  per il trattamento  dell’ umido e dell’indiffereziato prodotto.



Per il piano a Caldo è necessaria una discarica per rifiuti speciali e una per rifiuti pericolosi per complessivi 94.000 metri cubi/ anno



Il piano a Freddo richiede uno stoccaggio di scarti inerti per 78.000 metri cubi anno, quindi un volume minore del Piano a Caldo, anche grazie alla maggiore densità del biostabilizzato compresso (1,5 ton/m3) rispetto alla densità delle ceneri (1,08 ton/m3).



Lo stoccaggio degli inerti biostabilizzati  ( circa il 50% in peso del materiale  trattato con questa tecnica) può essere una fase transitoria in attesa dello sviluppo e della commercializzazione di metodi per il recupero di materia da questa frazione la cui composizione chimica è quella di polimeri di sintesi (plastiche) e bio-polimeri ( lignina, cellulosa, compost).



Per scarti ad alta componente di polimeri di sintesi è in fase di commercializzazione (Centro riciclo di Vedelago) la produzione per trafilazione di “sabbia sintetica” utilizzata per la produzione di manufatti in cemento ad alto isolamento termico.



Per la frazione ricca di cellulosa interessanti risultati vengono da un’idea del prof Natta  di una fermentazione anaerobica controllata direttamente in discarica, con un interessante recupero energetico senza i comuni inconvenienti delle discariche del tal quale (eluati, emissioni gas serra)



Infine la Liguria ha l’interessante possibilità di realizzare all’interno delle proprie aree portuali (Genova, La Spezia, Savona) centri di selezione e valorizzazione dei materiali riciclabili con spedizione via mare di carta, plastica, metalli, compost di qualità, verso gli utilizzatore finali (est europeo, India, Cina…) grandi acquirenti di questi materiali.

Postato da: federico46 a 09:21 | link | commenti
ambiente e salute, materiali post consumo

mercoledì, 26 marzo 2008
Visita impianto Trattamento Meccanico Biologico

Trattamento meccanico biologicoResoconto visita impianto MBT  Giussago-Lacchiarella (Mi).




Il 19 marzo  visita all'impianto di Trattamento Meccanico Biologico di Giussago-Lacchiarella. Sono presenti delegazioni delle amministrazioni del Comune di Genova, del Comune di Reggio Emilia e della Val D'Aosta.



Motivo principale della visita quello di verificare la flessibilità dei trattamenti meccanico biologici e quello di verificare la loro compatibilità ambientale.



Anticipiano che a nostro avviso questo esame è stato ampiamente superato dal primo impianto visitato di progettazione e realizzazione italiana.



L'impianto visitato tratta in modo separato, ma con metodi simili ed in un unico edificio,  sia materiali post consumo indifferenziati residuali a raccolte differenziate ( 75.000 t/anno) , sia frazione umida da raccolta differenziata ( 40.000 t/anno).



Ogni impianto è formato da 19 bacini di raccolta, affiancati a pettine l'uno all'altro, con pareti in muratura alti circa tre  metri, con un pavimento  a griglia da cui si aspira l'aria.



L'MPC in arrivo, privo di ingombranti,  subisce una grossolana frantumazione ( circa 30 cm ) e viene trasferito in uno dei bacini di raccolta fino a riempimento per tutta la sua lunghezza. Ogni cumulo, senza mescolamento meccanico, resta sotto aspirazione forzata  per circa 20 giorni. Temperatura ed umidità del cumulo sono regolati per sfruttare al massimo l'essiccazione indotta dal calore sviluppato dalla carica microbica che bio-ossida la frazione più biodegradabile (zuccheri, grassi, proteine...).



Dopo questo trattamento la massa si è ridotta di circa il 30% ( prevalentemente per perdita d'acqua) e non emette più odori sgradevoli , il bacino viene svuotato e si prepara al carico di scarti freschi. Il biostabilizzato passa ai trattamenti meccanici che separano i metalli e  i materiali inerti ( vetri, ceramiche..) che vanno al riciclo e al recupero. Della restante frazione si separa meccanicamente  quella con il maggior contenuto di cellulosa ( più pesante)  da quella con maggiore componente in plastiche ( più leggera);  entrambe le frazioni rappresentano circa il 60% in peso della massa in ingresso.



La frazione cellulosica che contiene ancora materiale biodegradabile (prevalentemente cellulosa) è avviata ad un bio-reattore attivabile, in pratica una cella ricavata nella discarica predisposta sul fondo per la captazione del biogas. La frazione cellulosica viene stoccata nella biocella, bagnata e subito ricoperta con materiale inerte. Si creano in questo modo le condizioni per la fermentazione anaerobica che trasforma il residuo cellulosico in biogas ( metano) che viene recuperato ed usato per la produzione di elettricità e calore.



Un biorettore attivabile così alimentato è già in opera a Corteolona ( Pavia) ed è prevista una prossima visita a questo impianto. L'azienda dichiara per questo bioreattore una produzione di 3000 metri cubi di biogas all'ora , usato per produrre elettricità e calore e afferma  che oltre il 40% in peso del materiale stoccatp si trasforma in biogas.



Questo significa che alla fine del processo di metanizzazione (una decina di anni) in discarica rimane circa il 20% dello scarto iniziale, completamente mineralizzato e con una bassissima emissione di eluato.



La frazione a prevalente composizione di polimeri di sintesi ( ipotizziamo pari al 20% in peso, rispetto allo scarto iniziale) , al momento è utilizzata come combustibile nei cementifici.Ci sembra doveroso segnalare che, nonostante il buon potere calorifico, i cementifici  si fanno pagare, a conferma che questo procedimento è ancora una forma di smaltimento di rifiuti. Peraltro la capacità di utilizzo di questo combustibile da parte dei cementifici italiani è stimata a 1,7 milioni di tonnellate.



Poichè la potenziale produzione di Combustibile da rifiuto di tutto il paese è stimata pari a 7 milioni di tonnellate all'anno, occorre pensare ad altri utilizzi e se si vogliono evitare impianti di combustione dedicati (inceneritori) l'unica alternativa è quella di possibili recuperi di materia: vedi sabbia sintetica del Centro di Vedelago a cui peraltro il flufff in uscita dal bioessiccatore ad occhio assomiglia  molto.



E' anche possibile l'uso dello stesso fluff per impianti di gasificazione e sintesi catalitica dei gas per la produzione di gasolio per autotrazione.



Sappiamo che in impianti di questo tipo già esistenti e che lavorano scarti di cellulosa sono stati testati scarti ottenuti da trattamenti MBT simili a quelli dell'impianto visitato; non ne conosciamo l'esito.  Comunque pochi minuti or sono ho inviato una richiesta di informazione alla ditta.



Come già accennato, nello stesso edificio esiste una linea parallela (ma separata) per la produzione di compost. Il procedimento è lo stesso, ovviamente varia il pretrattamento e la durata della bio-ossidazione. Il materiale in ingresso è la frazione umida raccolta in modo differenziato e all'uscita c'è compost di buona qualità che gli agricoltori della zona ritirano gratis; anche così, c'è una convenienza economica al trattamento di compostaggio, a causa degli evitati costi di smaltimento.



L'aspetto più interessante di questo impianto è la completa automatizzazione, l'elevata qualità del prodotto finale e il basso impatto ambientale dell'intera struttura.  Tutti i trattamenti avvengono all'interno dell'edificio che è interamente in depressione. L'aria viene aspirata sotto i cumuli in fermentazione e tutta l'aria, prima di essere immessa in atmosfera è fatta passare attraverso un letto di alcuni metri di spessore di un biofiltro ( in cippato di legno)  collocato sopra il tetto dell'edificio con un importante risparmio di superficie.



Girando intorno all'impianto, nella cabina di controllo e sul tetto non si avvertono odori particolari se non quelli dovuti ad accidentali versamenti dai camion durante la fase di scarico.



Unico neo la presenza di mosche ( peraltro tenute sotto controllo senza pesticidi) che stando al caldo e trovando cibo nei MPC in arrivo iniziano e chiudono i loro cicli vitali prevalentemente all'interno dello stabilimento. Siamo curiosi di sapere la densità della popolazione di rondini, ragni e gechi nella zona.



Altro neo, una certa quantità di plastica ( polietilene) nel compost , nei limiti di legge e non sgradita ai contadini. E' un piccolo problema indotto dalla confusione che le famiglie fanno tra le buste in materBi ( un biopolimero biodegradabile)  in dotazione per la raccolta dell'umido e quelle in polietilene che utilizzano quando hanno finito le buste i materB  o perchè  non hanno compreso la differenza tra i due materiali.



E' un problema che l'uso di sacchetti di carta resistenti all'acqua per la raccolta dell'umido dovrebbe evitare del tutto.


Postato da: federico46 a 06:32 | link | commenti (1)
materiali post consumo

lunedì, 24 marzo 2008
Modello Brescia (parte 1)

Il 20 aprile ennesima mia conferenza sugli impatti ambientali dei diversi sistemi di gestione dei materiali post consumo, ma questa volta proprio nella tana del lupo: Brescia.



Occasione ghiotta per mettere a confronto il modello “Brescia” , quello della “termovalorizzazione assistiita” ovvero “ più brucio più guadagno”, con il nascente Modello “Genova” , il cui slogan potrebbe essere: minor impatto ambientale e minori costi a carico dei cittadini.



Dopo la conferenza, gli amici del Meet Up di Bebbe Grillo, che hanno oganizzato la serata, mi danno una copia del Rapporto dell’osservatorio sul funzionamento del termoutilizzatore di Brescia relativo agli anni 2004-2005, rapporto edito nel 2006 e ad oggi il più aggiornato.



La lettura del documento mi stimol alcune riflessioni che sottoppongo all’attenzione dei lettori del mio blog.



Dall’agosto 2004 per la linea uno  e dal dicembre 2004 per la linea tre  è stata avviata la sperimentazione per il monitoraggio in continuo delle diossine  nei fumi.



Per chi non ha familiarità con questo problema ricordiamo che diossine e metalli nei fumi degli inceneritori non sono misurati in continuo. Il motivo è prevalentemente tecnico per cui, nel pieno rispetto della attuale normativa, bastano due campionamenti  all’anno , ognuno della durata di otto ore, per documentare il rispetto dei limiti.



Converrete che per un impianto che funziona 24 ore su 24  e il cui combustibile varia di composizione di  giorno in giorno, pensare che 16 ore di monitoraggio possano essere rappresentative del corretto funzionamento per tutte le altre 8.744 ore è un po’ troppo.



Per dare una risposta a questa domanda a Brescia si è data avvio la sperimentazione di cui abbiamo accennato che consiste in un prelievo di fumi  di basso volume, ma continuo, per circa 30 giorni. I fumi raccolti sono fatti passare in un tubo che contiene materiali in grado di assorbire le diossine presenti nei fumi stessi. Dopo un mese di campionamento continuo  si procede all’analisi delle diossine assorbite, si divide il valore trovato per il volume di fumi inviati al tubo di assorbimento  e, se il procedimento scelto è esente da errori sistematici, si può affermare che la concentrazione di diossine così trovata corisponde alla concentrazione media presente nei fumi l’intero mese di campionamento.



Finito un campionamento se ne avvia un altro con le stesse modalità e in questo modo si può parlare di campionamento continuo.



Al momento la sperimentazione si è protratta per cinque mesi consecutivi per la Linea Uno e  nove mesi per la libea tre.



Il Rapporto si limita a fornire le concentrazioni mensili trovate, senza nessun commento.



Provo a fare io le prime valutazioni.



I numeri a disposizione confermano quello che immaginavamo: le prestazioni dell’inceneritore non sono costanti.  Pochi mesi di misure in continuo denunciano differenze tra la media mensile più bassa e quella più alta pari a 16 volte nella linea Uno e 21 volte nella linea Tre.



In particolare , nella Linea Tre, quella monitorata più a lungo  dal 3 /12/04 al 6/1/06, la concentrazione media mensile è risultata pari a 0,259 picogrammi/metro cubo a fronte di una concentrazione massima mensile di 0,730 pg/m3 e una concentrazione minima mensile di 0,038 pg/m3.



La concentrazione media di diossine nella Linea Uno, monitorata dal 30 Luglio  2004 al 22  agosto  2005, con il sistema di campionamento in continuo è risultata pari a 0,387 pg/m3, con un minimo di 0,080 e un massimo di 1,29 pg/m3.



Il problema però è che queste concentrazioni sono nettamente più basse di quelle trovate con i campionamenti fatti sulle stesse linee, in periodi analoghi, seguendo il metodo di campionamento previsto dalle attuali normative, ovvero protratte per otto ore, i cui valori sono riportati nella Tabella seguente.



Da sottolineare il fatto che nel Giugno 2004 sono state fatti campionamenti e misure di diossine nei fumi dell’inceneritore di Brescia da parte di ben tre laboratori di controllo: l’Istituto Mario Negri,( il controllore ufficiale)  e le Agenzie Regionali per l’Ambiente (ARPA) Piemonte e Toscana.





Tabella 1: Concentrazioni medie ( 8 ore di campionamento) di PCDD/F  in ciascuna delle tre linee di incenerimento dell’Impianto di Brescia



                            Linea 1    Linea 2    Linea 3



                              Picogrammi / metro cubo



Marzo 2004         2,60        1,70    



Giugno 2004       7,24        1,76    



Giugno 2004        2,74*      2,45*       1,30**



Giugno 2004       1,80**     1,40**    



Novembre 2004  1,73        3,07    



Aprile 2005            2,44      1,10         1,56



Giugno 2005         1,70       3,10         0,80







* misure fatte da ARPA piemonte



** misure fatte da ARPA Toscana





Pertanto, in base ai campionamenti in continuo, tra il 18 maggio al 20 giugno 2005 la concentrazione di diossine nella linea tre è stata di 0,32 pg/m3.



Il campionamento breve effettuato nello stesso periodo su questa linea segnala  una concentrazione quasi tre volte maggiore ( 0,80 pg/m3 )  e valori ancora più grandi (1,56- 1,30 pg/m3) sono stati trovati  in altri periodi su questa linea.



Analoghe considerazioni per la linea Uno in cui la concentrazione media dei campionamenti di durata mensile  (0,39 pg/m3) è  nettamente inferiore a tutte le concentrazioni misurate su questa linea con campionamenti brevi ( tra 1,70 e 7,24 pg/m3).



Volete sapere che cosa ne penso?



E’ molto probabile che Il sistema di campionamento in continuo sperimentato dall’inceneritore di Brescia soffra di un pesante errore sistematico, attribuibile al sistema scelto,  il quale produce una elevata  sottostima delle concentrazioni reali di diossine presenti nei fumi.



Possibile causa di questo errore la perdita di diossine campionate per evaporazione o per degradazione chimica a causa di reazioni con altri inquinanti gassosi presenti nei fumi ( ad esempio ossidi di azoto), fenomeni ben noti a chi si occupa di questi argomenti.

Postato da: federico46 a 08:12 | link | commenti (4)
ambiente e società, materiali post consumo

domenica, 16 marzo 2008
L'inganno dei CIP6

Il Gestore Servizi Elettrici (GSE) ci informa (http://www.comitatinrete.it/CIP6%20completa.doc) su quanti euro annualmente sono andati alle fonti energetiche rinnovabili e a quelle assimilate.

Presso il sito indicato potete trovare tutti i dettagli.

La sintesi è stata l'oggetto del mio ultimo post in cui vi comunicavo che nel 2006, 5,5 miliardi di euro sono andate a rimpinguare le casse di petrolieri ed affini mentre solo 40.370 euro sono andati a impianti fotovoltaici

A spanne mi sono divertito a calcolare cosa sarebbe potuto succedere nel nostro Paese se nel 1992 non si fosse inventata questa manfrina.

Le ipotesi del calcolo sono:

- la delibera CIP 6 non inseriva tra i beneficiari le fonti assimilate e l'incenerimento di rifiuti e biomasse
- i 5 miliardi di euro così risparmiati annualmente andavano per l'acquisto di impianti fotovoltaici
- il costo di un impianto fotovoltaico da 1 kwatt (10 metri quadrati) è di 10.000 euro
- ognuno di questi impianti eroga 1400 kwatt di energia elettrica

Se il governo italiano nel 1992 avesse fatto questa scelta, oggi (fine 2007) avremmo 7,5 milioni di tetti fotovoltaici in grado di erogare 10,5 miliardi di kilowattore all'anno a inquinamento zero (alla lettera).

Nel 2006 tutti gli impianti di incenerimento rifiuti e biomasse operanti in Italia, hanno prodotto solo 5,2 miliardi di chilowattore.

Gli stessi impianti ci hanno anche regalato qualche milione di tonnellate di ceneri, diversi milioni di tonnellate di gas serra, qualche migliaia di tonnellate di inquinanti vari sotto forma di polveri sottili, ossidi di azoto, composti organici...


Postato da: federico46 a 14:43 | link | commenti (5)
salute, ambiente e società, materiali post consumo

venerdì, 14 marzo 2008
Incentivi alle fonti di energia rinnovabile

I miei cinque lettori sanno certamente cosa sono i Certificati Verdi e i CIP 6.



Per gli altri spieghiamo che su tutte le bollette della luce paghiamo una tassa che corrisponde a circa al 7% dei nostri consumi. Questi soldi servono al gestore della rete a pagare un sovraprezzo all'elettricità prodotta da fonti di energia rinnovabile con l'obiettivo di incentivare questo tipo di produzione, come ci chiede l'Europa.



Purtroppo il nostro Paese è governato da un bel pò di furbetti ( assolutamente trasversali a tutti gli schieramenti maggioritari) che nel momento della stesura della legge, alla frase  "fonti rinnovabili" ha aggiunto "ed assimilate".



Questa aggiunta, questa semplice parolina è servita per far entrare nelle tasche dei petrolieri e dei gestori di inceneritori 5,4 miliardi (sic) di euro ogni anno!



La tabella che segue vi da con precisione i soldi erogati nel 2006 come CIP 6 alle vere fonti di energia rinnovabile e a quelle assimilate.












































Fonte
Fotovoltaico 40.370
Eolico 195.823.974
Geotermico 223.753.076
Idroelettrico 202.602.527
           Assimilate  
Incenerimento rifiuti e biomasse 1.135.911.334
Combustibili di processo e residui 2.179.884.346
Combustibili fossili ( carbone del Sulcis..) 2.181.783.156

Postato da: federico46 a 17:54 | link | commenti (4)

mercoledì, 12 marzo 2008
Appello ai parlamentari europei

Ecco il testo dell'appello che, come presidente della sezione genovese di Italia Nostra,  ho inviato ai nostri parlamentari europei (Alessandro Foglietta, Vittorio Prodi,  Guido Sacconi, Amalia sartori, Marcello Vernola) chiamati  tra qualche giorno a promuovere a riciclo la combustione dei rifiuti, in base alle richieste delle lobby inceneritoriste.

Se passa la proposta, la "termovalorizzazione" sarà equiparata al riciclo vero e proprio e nella scala delle priorità l'incenerimento con recupero energetico dal quarto passa al secondo posto!





ITALIA NOSTRA




Sezione di Genova

p.zza Fontane Marose  6/3

Genova







Gentile Parlamentare,



a breve Lei sarà chiamato/a a votare la proposta di riclassificazione dell’incenerimento dei rifiuti  (con recupero energetico ad alta efficienza) a forma di recupero equiparabile al riciclaggio, sottraendola alla categoria residuale dello smaltimento.

Le scrivo questa lettera per invitarLa a riflettere seriamente sulle seguenti considerazioni.



Lei sa bene che, anche con impianti ad alta resa energetica, l’energia utile ottenuta bruciando i materiali post-consumo (energia prodotta, meno quella usata per il funzionamento dell’inceneritore, l’avvio a freddo dell’impianto e lo smaltimento delle ceneri) non è minimamente in grado di compensare l’energia che  saremo costretti  ad utilizzare per  produrre gli stessi materiali termovalorizzati a partire da materie prime vergini, scelta resa obbligatoria da questo sistema di smaltimento.



Ad esempio l’energia che si recupera con la termovalorizzazione della  carta è solo la metà di quella necessaria per produrre lo stesso quantitativo di carta partendo dal legno. Analoghe stime per le materie plastiche



Invece il riciclo comporta sempre un consumo energetico nettamente inferiore (mediamente un terzo) a quello necessario per la produzione a partire dalle materie prime vergini.



Inoltre le risorse della terra sono finite e l’aumento dei prezzi di tutte le materie prime, a cominciare dal petrolio è un segno della loro minore disponibilità.



Per questo motivo riteniamo assurdo equiparare il recupero di energia ottenibile dalla combustione dei rifiuti al riciclaggio dei materiali post consumo ed al conseguente recupero di materia.



Inoltre, anche applicando le migliori tecnologie disponibili, non è possibile evitare che gli impianti di incenerimento immettano nell’ambiente inquinanti persistenti nocivi alla salute, fra i quali anche sostanze cancerogene certe per l’uomo.



Poiché oggi sono disponibili tecnologie alternative tanto all’incenerimento quanto alla discarica, rispettose della salute e dell’ambiente, che consentono il recupero pressoché totale ai fini produttivi dei materiali post-consumo, sarebbe assurdo ed irresponsabile incoraggiare ulteriormente la pratica dell’incenerimento dei rifiuti.



Queste tecniche sono sistemi di raccolta Porta a Porta delle singole frazioni merceologiche separate dalle famiglie e loro riciclo, favorito dalla alta qualità di questo tipo di raccolta che è in grado di intercettare oltre il 70% degli scarti prodotti anche in grandi centri urbani.



Per le frazioni umide raccolte con sistemi porta a porta (30% della produzione totale) deve essere incentivato il compostaggio con produzione di ammendanti per uso agricolo e la fermentazione anaerobica  con produzione di  metano da usare per l’autotrazione e per la cogenerazione di calore e elettricità.



Per l’inertizzazione e il recupero delle frazioni indifferenziate  residuali sono in forte sviluppo trattamenti meccanico biologici che eliminano l’unico problema igienico sanitario presente nei rifiuti urbani: la frazione umida putrescibile (10-15% del totale) , in gran parte costituita da scarti di cibo!



E anche per le plastiche indifferenziate non riciclabili esistono metodi di recupero della materia economicamente sostenibili.





Confidando nel Suo buon senso e nel suo senso di Responsabilità, La saluto cordialmente







Federico Valerio

Presidente Italia Nostra

Sezione di Genova

Postato da: federico46 a 13:12 | link | commenti (1)
riciclo, ambiente e società, materiali post consumo

Napoli chiama Genova

Le due signore Sindaco,  Rosa Russo Iervolino e  Marta Vincenzi, si sono sentite, hanno chiarito tutti i possibili problemi e alla fine Genova ha deciso di dare un aiuto a Napoli.



La grande discarica di Genova (Scarpino) ospiterà 10.000 tonnellate di scarti prodotti dai napoletani. E' la quantità di scarti che Genova produce in dieci giorni, ma la disponibilità di Genova è  importante in quanto questa scelta ha avuto anche l'assenso del Comitato per Scarpino che rappresenta quei pochi cittadini che da decenni sopportano il disagio di sentirsi passare sotto casa (e sotto i propri nasi) 300 camion al giorno carichi dei materiali post consumo prodotti dagli altri 600.000 genovesi.



Questo importante risultato è anche frutto delle abilità dell'assessore alla gestione dei  Materiali Post Consumo genovesi, l'ing Senesi, il quale ha ottenuto che in concomitanza dell'arrivo dei camion da Napoli, cessi (per sempre) l'arrivo di camion (15 al giorno ) carichi di "rumenta" prodotta da altre regioni del Nord, molte delle quali hanno anche l'inceneritore, ma preferiscono esportare a Genova parte dei loro rifiuti perchè da noi pagano di meno!



Nel frattempo in due quartieri genovesi parte la raccolta Porta a Porta e si stanno individuando i siti dove fare il compostaggio e il trattamento anaerobico ( con produzione di metano) delle frazioni umide raccolte, le  scelte vincenti per evitare i problemi di Napoli, in gran parte dovuti al fatto che a Napoli si è cominciato dalla fine ( la termovalorizzazione) privilegiando la scelta più lucrosa per i gestori.



E a questo punto un gemellaggio tra Genova e Napoli per fare finalmente, le scelte giuste e in controtendenza con il resto del Paese, non ci starebbe male!

Postato da: federico46 a 10:54 | link | commenti (1)
ambiente e società, vedi napoli, materiali post consumo

sabato, 08 marzo 2008
Non è mai troppo tardi

Veltroni in visita ad un inceneritore sembra aver affermato grandi banalità tipo " Gli inceneritori sono la vera alternativa alle discariche e con l'energia prodotta si illuminano intere città"


E' probabile che il suo livello di informazione  su questo argomento si limiti ai servizi di Piero Angela. 


Per evitare che continui a dire schiocchezze in libertà, e perdere voti, qualcuno gli faccia un corso accelerato sulle nuove leggi sulle discariche (divieto di conferire l'umido in discarica), sui vantaggi energetici del riciclo rispetto all'incenerimento con recupero energetico, su chi paga gli alti costi della "termovalorizzazione" .


Se poi volesse venire a vedere qualche impianto per il trattamento a freddo, con produzione di  compost metano,  si potrebbe accodare ad alcune visite che stiamo organizzando con amministratori liguri, valdostani e emiliani,   prima dell'election day.

Postato da: federico46 a 07:58 | link | commenti (8)
ambiente e società

giovedì, 06 marzo 2008
Piano gestione materiali post consumo dei napoletani

Gli amici di Napoli mi hanno chiesto un parere sul nuovo piano di gestioni dei Materiali Post Consumo per il Comune di Napoli (http://danilla.files.wordpress.com/2008/03/pianordcomunedinapolidefinitivo29208.pdf)


Ho dato un'occhiata e mi sembra un notevole passo in avanti.


La mia opinione è che bisogna puntare subito e con energia sulle iniziative di riduzione della produzione che correttamente il piano prevede.


Ricordo che il  rifiuto che si gestisce meglio è quello che non c'è e produrre meno rifiuti significa risparmiare energia, risorse non rinnovabili e inquinamento. 


A riguardo, se non mi è sfuggito, nel piano manca un riferimento ad incentivi al compostaggio domestico.


E' una lacuna che occorre al più presto colmare, in quanto il compostaggio domestico può ridurre in modo significativo la quantità di umido da gestire, con effetti immediati.


L'esperienza che abbiamo attivato a Genova e in Liguria è che il compostaggio domestico è compatibile anche con ambienti urbani ed in particolare con balconi, terrazzi, atri di palazzo, giardini condominiali  che già ospitano vasi da fiore. Il Comune di Genova crede in questa scelta e tra breve si riprenderanno i corsi di compostaggio domestico per la popolazione adulta con la messa a disposizione di compostiere, ma ancor meglio, con riduzioni sulla tariffa rifiuti per tutti coloro che autocertificano di effettuare il compostaggio domestico.


A mio avviso una analoga politica incentivante per tutti coloro che autocertificano l'eliminazione dell'uso e getta nelle loro attività ( bar, ristorazione, alberghi, esercizi commerciali) potrebbe essere la chiave vincente per diminuire rapidamente la produzione di materiali post consumo da gestire.


Altro elemento che mi sembra manchi nel piano è il riferimento a possibili tariffazioni basate su stime attendibili della effettiva produzione di scarti indifferenziati di ciascun nucleo famigliare o di ciascun condominio. Con il sistema di raccolta Porta a Porta, questo è possibile e sarà un sicuro incentivo per le famiglie a scegliere merci con meno imballaggi e indirettamente a sollecitare la distribuzione a rispondere a questa nuova esigenza della loro clientela, mettendo a disposizione la possibilità di acquistare merci sfuse.


Mi sembra condivisibile anche la parte impiantistica che non ha trascurato un numero adeguato di isole ecologiche. Molto bene gli impianti di compostaggio e ancor meglio quello per la digestione anaerobica che da anche una risposta sul recupero energetico senza la solita termovalorizzazione e a cui possono confluire scarti delicati come quelli da macellerie, lavorazione del pesce...


Il mio consiglio è che questo impianto sia abbinato ad un impianto per la depurazione delle acque, in quanto i due sistemi (digestione anaerobica della frazione umida e bioossidazione delle acque fognarie) integrano le reciproche necessità e minimizzano i consumi energetici, il consumo di acqua e la produzione di scarti da smaltire( fanghi).


Mi sembra che manchi un'altro tipo di impianto importante, quello per la raffinazione delle frazioni merceologiche raccolte con la differenziata, probabilmente essenziale per le plastiche. Il mercato del riciclo richiede polimeri ben selezionati e anche il colore delle plastiche è importante. L'esperienza del centro di Vedelago dove si effettua questa raffinazione  (http://www.centroriciclo.com/else/video.wmv )

è certamente da approfondire, sia per  il comune di Genova che per quello di Napoli.


 A Vedelago si effettua con successo (anche commerciale) questa raffinazione che  evita che le plastiche raccolte in modo differenziato finiscano negli inceneritori. L'idea vincente è quella di produrre "sabbia sintetica" con le plastiche indifferenziate non riciclabili, da utilizzare,mescolata al cemento, per produrre manufatti per l'edilizia.

Postato da: federico46 a 08:39 | link | commenti (4)
ambiente e società, vedi napoli, materiali post consumo