Manuale di sopravvivenza di uno scienziato preoccupato ma non ancora disperato
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Nome: Federico Valerio
Le mie radici napoletane da tempo si sono abbarbicate agli scogli di Liguria. Sono un chimico che cerca di salvaguardare la salute della gente e l'ambiente e, a volte, ci riesce...
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Il primo luglio 2006 il governo svedese ha introdotto nuove tasse alla termovalorizzazione dei rifiuti.
Una tassa riguarda l'energia prodotta da questi impianti ed ammonta a 16,5 € per tonnellata di carbonio fossile presente nei rifiuti. La seconda tassa riguarda la riduzione della produzione di anidride carbonica ed ammonta a 371 € per tonnellata di carbonio fossile.
In sintesi, queste tasse vogliono scoraggiare la termovalorizzazione delle plastiche ( che contengono solo carbonio fossile) e favorire il riciclo dei materiali post consumo e le tecniche di trattamento biologico.
Il sistema svedese per la gestione dei materiali post consumo sta subendo profonde modifiche.
In questo paese esistono 30 inceneritori con recupero energetico dai rifiuti, ma i nuovi obiettivi del governo svedese sono "più materiali per il riciclo e di migliore qualità " : riciclo ( vero) del 55% degli imballaggi entro il 2008 e riciclo del 50% entro il 2010 dei rifiuti domestici, anche grazie a trattamenti biologici (compostaggio e fermentazione anaerobica).
Questa scelta è una vera rivoluzione per la Svezia. Nonostante il fatto che nei rifiuti svedesi la plastica rappresenta il 14% in peso, fino al 2006 i rifiuti urbani erano considerati una fonte di energia rinnovabile e quindi esentati dalle tasse applicate ai combustibili fossili. Questa scelta favoriva indebitamente i rifiuti rispetto ad altri combustibili usati per il teleriscaldamento.
Oggi, grazie a queste tasse la concorrenza sleale è azzerata.
Domani ad Arezzo sarà inaugurato il primo idrogenodotto italiano.
Al momento si tratta solo del classico sistema di stoccaggio dell'idrogeno in bombole sotto pressione con distribuzione del gas a bassa pressione ad alcuni utenti, in prevalenze aziende orafe che da sempre usano idrogeno per le fiamme ossidriche necessarie per questo lavoro.
La novità è che in questa nascente cittadella dell'idrogeno e delle energie rinnovabili (http://www.idrogenoarezzo.it/) l'idrogeno è anche usato per alimentare alcune fuel-cell (celle a combustibile) che trasformano l'energia chimica dell'idrogeno, in elettricità e calore.
Questo calore, integrato da calore ottenuto da pannelli solari, è utilizzato sia per il riscaldamento, ma anche per il rinfrescamento estivo degli edifici coinvolti nella sperimentazione. E anche questa è una applicazione pratica già nota ma poco diffusa.
Oggi ad Arezzo l'idrogeno è prodotto con sistemi che utilizzano fonti di energia fossile, ma nei prossimi sviluppi della cittadella l'idrogeno potrà essere prodotto da fonti rinnovabili, in particolare per elettrolisi con corrente continua prodotta da celle fotovoltaiche, per gassificazione di biomasse da raccolta differenziata dei rifiuti e infine per ossidazione catalitica (steam reformer) di biogas anch'esso prodotto a partire da scarti biodegradabili raccolti in modo differenziato.
Un progetto ambizioso ed interessante che spero possa continuare a camminare con le proprie gambe.
Finito il petrolio continueremo a volare?
La risposta è certamente positiva. Già oggi ci sono aereoplani che volano utilizzando bio-carburanti.
Ma c'è un'altra rivoluzione possibile, il ritorno del più leggero dell'aria, nuovi dirigibili in grado di sfruttare il meglio delle attuali e future tecnologie, quali fibre di carbonio come leggere strutture portanti e celle fotovoltaiche distribuite sul grande involucro esterno per fornire tutta l'energia di cui le nuove aeromobili hanno bisogno.
Sarà il trionfo dello Slow Flight, del volo lento con una velocità di crociera sui cento trenta chilometri all'ora.
E i nostri cieli saranno solcati da lente aeronavi bellissime.
Un assaggio della bellezza che ci aspetta a questo sito www.dezeen.com/2008/01/10/manned-cloud-by-jean-marie-massaud/
dove potrete vedere una "megattera" galleggiare sulla foresta amazzonica.
Per il momento il progetto battezzato Manned Cloud ( Nuvola a conduzione umana) sarà un albergo volante che permetterà a pochi eletti di fare il giro del mondo in tre giorni, senza bisogno di aeroporti, per esplorare dall'alto i pochi luoghi remoti ancora rimasti.
Ma domani, potrebbe essere il modo di sportarsi di massa in un mondo liberato dal petrolio e dalla fretta.
Chi sà se potremo vederlo.
E' sempre più frequente vedere ragazzi e ragazze andare in giro con una bottiglietta d'acqua che bevono in continuazione.
E' una moda salutista che certamente non fa male, anche se aumenta il consumo di bottiglie di plastica e costa una esagerazione.
C'è una alternativa più ecologica e più economica. Quella di usare bottiglie di alluminio e acqua di rubinetto.
Queste bottiglie sono altrettanto leggere e infrangibili e l'ovvio vantaggio è che le bottigliette di alluminio sono riutilizzabili un numero infinito di volte e si possono riempire con la buona acqua di rubinetto che quasi ovunque scorre a prezzi bassissimi in casa, a scuola, negli uffici.
In circolazione ci sono bottiglie di alluminio griffate che assecondano questa moda. Per non cadere in quest'altra forma di consumismo, andate in un buon negozio di articoli sportivi dove certamente troverete il modello a misura della vostra sete e delle vostre tasche.
E rispolverando antiche esperienze di scout, vi ricordo che il modello ricoperto con tela o feltro permette di tenere freschi i liquidi trasportati, semplicemente bagnando l'involucro ed esponendo la bottiglia all'aria ( in ombra e in zone ventilate). L'acqua evaporando sottrae calore alla bottiglia e l'acqua si mantiene a temperatura inferiore a quella ambiente. Questo metodo funziona al meglio nelle regioni a clima secco, dove l'evaporazione è più veloce.
Una intraprendete amica del Forum No-inc, ha lanciato l'idea di una nuova parola d'ordine "Pattume Libero", ovvero "Il Pattume è mio e me lo gestisco io!".
L'idea , nella sua semplicità è rivoluzionaria
Se il nostro pattume ha un valore ( e lo ha) , quei soldi ce li prendiamo noi, sottraendoli a camorristi, inceneritoristi e discaricatori usandoli per fare cose buone e giuste.
Cominciamo dall'alluminio che vale 60 centesimi al chilo. Questa è la cifra che il Consorzio Imballaggi Alluminio riconosce alle associazioni che per autofinanziamento provvedono alla raccolta differenziata di imballaggi in alluminio.
Per chi vuol saperne di più l'indirizzo è www.raccoltasolidale.it/
Se all'alluminio si uniscono i tappi di polietilene, con l'utile del primo si può provvedere anche a dare una mano ai paesi in eterna via di sviluppo.
Diverse associazioni tra cui la Caritas e le Confraternite di Misericordia provvedono in diverse città italiane a raccogliere questi tappi e a farli pervenire alla aziende di riciclo che, a loro volta finanziano iniziative di solidarietà legate a realizzare pozzi ed acquedotti in Africa.
I progetti si chiamano: Un Tappo = un sorriso; Dall'acqua x l'acqua; Tappi d'amore; Per fare un pozzo ci vuole un Tappo.
Se mi segnalate indirizzi e telefoni di chi fa questa opera meritoria (anche perchè sottrae combustibile agli inceneritori) ve ne sarò grato.
Un accordo tra il Politecnico di Torino e la Coldiretti Piemonte, www.greenplanet.net/index2.php garantirà , a studenti e professori che frequentano la mensa universitaria del capoluogo piemontese , il consumo di prodotti locali che al massimo dovranno percorrere 100 chilometri per arrivare, dal luogo di produzione, al tavolo della mensa.
E' una delle tante iniziative " A Chilometri zero" che fioriscono nel Paese, in nome del giusto guadagno per i produttori, di una efficace lotta alle emissioni di gas serra e polveri sottili durante il trasporto, ma anche di una significativa riduzione della produzione di rifiuti.
Pare che un menù a base di prodotti tipici e genuini ( risotto al Castelmagno, coniglio al Civet, frittata ai porri e una fetta di Raschera come dessert) sia molto gradito ai commensali. E così, mentre il 30% dei pasti confezionati senza cura resta nei piatti e finisce in discarica, i pasti a "chilometro zero" , gustosi e saporiti finiscono in gran parte negli stomaci dei commensali.
Chemosphere è una rivista che ospita articoli scientifici sulla contaminazione ambientale.
Su un suo numero pubblicato nel 2007 (volume 67, pagine s118-s124) l' ing Mario Grosso e altri colleghi del Politecnico di Milano ci informano che gli inceneritori da loro studiati, rappresentativi dei più moderni ed efficenti impianti operanti in Europa (lo stato dell'arte, come usiamo dire noi scienziati), rilasciano nell'ambiente circa 45 microgrammi di diossine, per ogni tonnellata di rifiuto urbano incenerito.Questo dato non corrisponde a quanto recentemente affermato da il prof. Veronesi: "l'inquinamento degli inceneritori è pari a zero".Si vede che il professore, questo e altri articoli sullo stesso argomento, non abbia avuto il tempo di leggerli.
Ma ora valutiamo bene cosa significa il dato segnalato dai ricercatori del Politecnico..
La maggior parte delle diossine misurate dall'ing Grosso (35 microgrammi ) si trovano nelle cosidette polveri volanti, quelle che gli efficenti impianti di trattamento fumi dell'inceneritore riescono ad abbattere.
Questo significa che i fumi in uscita sono più puliti, ma non a inquinamento zero.Infatti, per ogni tonnellata di rifiuti urbani incenerita, dal camino escono circa 5 microgrammi di diossine. Pertanto quando il sindaco di Milano qualche anno or sono si è fatto fotografare con la testa dentro il camino del nuovo inceneritore di Milano ha fatto un gesto spettacolare, ma decisamente incauto, spero per lui che abbia trattenuto il respiro e che si sia fattauna bella doccia, appena rientrato in casa.
Un altro po di diossine (5 microgrammi per ogni tonnellata di rifiuti inceneriti) si trovano nelle ceneri pesanti e nei fanghi prodotti dalla depurazione dei fumi.
Insomma, come intuivamo in base ai lontani ricordi scolastici sulla legge di conservazione di massa, anche gli inceneritori producono rifiuti: una parte di questi rifiuti (i fumi) sono smaltiti in atmosfera ( e prima o dopo ce li ritroviamo nel piatto) e una parte ( le ceneri volanti e pesanti ) devono essere smaltite in qualche modo, possibilmente in sicurezza.
Ma il problema vero è quello di sapere quante diossine c'erano in ogni tonnellata dei rifiuti urbani che quegli inceneritori sotto studio hanno incenerito.
L' ing Grosso non ha pensato a fare questa analisi, anche se è bravo a dosare diossine nei fanghi e nelle ceneri.
A soddisfare questa nostra curiosità ci ha pensato un suo collega spagnolo, il dr. Abad ( Environmental Science and Technology , 2002, vol. 36, pag 92-99) che su l' inceneritore di Tarragona ha fatto uno studio simile a quello dell'ing Grosso ma non si è dimenticato di misurare le diossine presenti nei rifiuti, prima dell' incenerimento di scarti di cibo, bottiglie di plastica, pannolini, giornali...
In una tonnellata di questi scarti, non molto diversi da quelli prodotti dai Bresciani e dai Napoletani, il dr Abad, nel 1999, trovava normalmente 3 microgrammi di diossine e oggi probabilmente ne troverebbe ancora meno. Infatti grazie allo sforzo di tutti gli europei, dal 1985 ad oggi abbiamo ridotto dell'86% tutte le emissioni di diossine e anche grazie a questo sforzo, oggi mangiamo molte meno diossine e di conseguenza,oggi, con i rifiuti buttiamo molto meno diossine nel cassonetto di quanto ne buttavamo (e ne mangiavamo) qualche anno fa.
Se con la matematica avete qualche dimestichezza avrete già capito che la tanta decantata termovalorizzazione ha un "piccolo" problema: immette nell'ambiente molte più diossine (45 microgrammi) di quelle presenti nel rifiuto termovalorizzabile ( 3 microgrammi) e che quindi il "termovalorizzatore", correttamente, è ribattezzabile "cancrovalorizzatore" in quanto produce rifiuti con una quantità di diossine cancerogene maggiore di quelle presenti prima del trattamento.
Comunque state tranquilli, gli ingegneri sono già al lavoro per togliere dalle ceneri le diossine che le loro meravigliose macchine hanno prodotto, per invetriarle e magari usare ceneri e vetri per fare cemento o asfaltare strade, in piena sicurezza.
Si dimenticano però di dirci quanta energia e quanti soldi in più ci vorranno per fare questa operazione, un vero e proprio accanimento terapeutico per risolvere il problema di ingombro di un pò di scatole e di bottiglie e il fastidio di qualche torsolo di mela, problemi che riciclo e compostaggio eliminano a basso costo senza gli effetti collaterali dell'incenerimento.
La bella trasmissione di Report di ieri sera su RAI 3 mi ha fatto scoprire due cose.
La prima scoperta è la conferma che l'aumento della produzione procapite di rifiuti che si registra in Italia è strettamente legata all'apertura di ipermercati e alla grande distribuzione.
In questi mercati ,ogni merce, quando arriva a pochi giorni dalla scadenza, nonostante che sia ancora perfettamente commestibile, viene letteralmente buttata via, con imballaggio e tutto, e diventa un rifiuto da smaltire.
Ogni anno, la nostra società opulenta, in questo modo trasforma in rifiuto circa 240.000 tonnellate di cibo il cui valore è di 881 milioni di euro che potrebbero sfamare gratis 620.000 persone al giorno.
Ma lo spreco indotto dalla grande distribuzione non è finito; prima di arrivare ai banchi di vendita, durante la fase di confezionamento, diventa rifiuto un 10-15 % di prodotti agricoli, la cui colpa è quella di non avere le caratteristiche estetiche necessarie ( zucchine storte, mele troppo piccole...).
Qui stime non ne abbiamo trovate, ma temiamo che siano altre centinaia di migliaia di tonnellate che ogni anno alimentano discariche e inceneritori e ovviamente aumentano i costi del prodotto venduto che deve incamerare i costi di questo smaltimento.
Ma lo speco non è finito, come Report ha bene illustrato, il 10-15 % del raccolto originario ( altre centinaia di migliaia di tonnellate) resta invenduto sul campo, in quanto il prezzo pagato dalla grande distribuzione non ne giustifica il raccolto, una volta che il prodotto non è più fuori stagione. L'unico vantaggio, in questo caso, è che gli ortaggi invenduti se ne ritornano nei campi come concime.
Se questa scoperta è desolante, la seconda porta un barlume di speranza.
Da alcuni anni è attivo in Italia il " Last Minute Food- Market" (http://www.lastminutemarket.org) .
Questa organizzazione provvedere a mettere in contatto la grande distribuzione con potenziali utilizzatori ( opere pie, associazioni benefiche..), risolve i problemi burocratici e fiscali e ridà la funzione di cibo a tutto quel ben di Dio che rischiava di diventare rifiuto.
L'idea del "Last Minute Food" è nata nel 1998 nella facoltà di agraria di Bologna e oggi è operativa anche a Palermo, Cagliari, Modena, Verona, Ferrara e nel 2007 ha contribuito ad evitare la discarica a 283 tonnellate di alimenti, una goccia nel mare, ma certamente l'avvio della lotta allo spreco che occorre fare e vincere.
E l'idea è tanto piaciuta che i Mercati dell'Ultimo Minuto si sono anche estesi ai libri, ai farmaci, ai raccolti lasciati sui campi, alle sementi.
Nel numero di marzo di Le Scienze, edizione italiana di Scientific American, un articolo a firma di K. Zweibel, J. Mason, V. Fthenakis, ricercatori impegnati sul fotovoltaico. Gli autori propongono per gli Stati Uniti, un piano che entro il 2050 permetta al paese di coprire il 69% dei suoi consumi di elettricità e del 35% dei consumi totali di energia previsti in quella data. Questo obiettivo può essere raggiunto solo con l'uso di impianti fotovoltaici (conversione dell'energia solare in energia elettrica) e con impianto solari a concentrazione anch'essi finalizzati a produrre elettricità.
Il piano prevede la copertura di 120.000 chilometri quadrati delle zone desertiche e soleggiate a sud ovest degli Stati Uniti con impianti solari, sistemi di accumulo di energia con aria compressa in caverne sotterranee e nuove linee di distribuzione a corrente continua per far arrivare l'elettricità prodotta nel Sud a tutto il paese.
Gli autori stimano che con gli ulteriori contributi di impianti eolici, a biomasse e geotermici, nel 2100 gli Stati Uniti potrebbero coprire tutta la sua richiesta di energia ( elettrica, termica, per il trasporto) necessaria in quella data ( prevista in crescita continua dell'1% all'anno da oggi fino al 2100).
Il piano sembra reggere anche dal punto di vista economico e per chi è interessato ai dettagli consiglio la lettura dell'articolo.
A me premono alcune riflessioni.
Le prime due mi sono suggerite dall'articolo.
L'occupazione di territorio da parte di un campo di celle fotovoltaiche è enorme ma, a parità di potenza installata è inferiore a quella necessaria per produrre elettricità dal carbone, considerate anche le superfici delle miniere di carbone che, negli Stati Uniti, sono scavate a cielo aperto, spianando intere montagne.
Il passaggio a fonti energetiche rinnovabili e in particolare al solare, a parità di consumi da parte degli utenti finali, induce un significativo calo dei fabbisogni energetici, quelli oggi necessari per estrarre il combustibile, trasportarlo ai luoghi di trattamentoe ai punti di consumo, mitigare gli impatti ambientali, smaltire le ceneri, curare le malattie indotte dall'inquinamento. E questo vale sia per il petrolio, ma ancor più per carbone e uranio.
Le altre riflessioni sono sul nostro paese i cui consumi energetici pro-capite, a parità di "felicità" degli abitanti, sono nettamente inferiori a quelli di un nord americano e ulteriormente riducibili aumentando l'efficenza energetica dei nostri sistemi di trasporto, delle nostre aziende, delle nostre abitazioni.
L'irraggiamento solare dell'Italia è mediamente maggiore di quella degli Stati Uniti e il nostro svantaggio di una densità di abitanti ed una percentuale di superfice edificata nettamente maggiore, è un vantaggio rispetto agli Stati Uniti perchè noi possiamo coprire gran parte dei nostri fabbisogni energetici usando direttamente l'energia solare che arriva sui tetti delle nostre case e delle aziende, riducendo in questo modo le perdite per la trasmissione a distanza dell'energia elettrica.
Questo significa che un piano nazionale per passare dal petrolio e carbone a sole fonti rinnovabii è ancora più fattibile per noi che per gli USA.
Il piano proposto per gli USA, a parere degli autori, richiede "una leadership politica in grado di raccogliere le sovvenzioni, possibilmente con una carbon tax"; temo che il nostro vero problema sia questo: oggi in Italia, per quanto mi sforzi,non vedo una classe politica all'altezza della sfida, speriamo nell'Europa.
Infine una notazione; gli editoriali della edizione italiana di Le Scienze non perdono occasione per dare addosso alle scelte ambientaliste e in particolare ai Verdi, a favore delle scelte tecnologiche "hard".
E per inciso, per questo motivo ho deciso di disdire l'abbonamento che avevo attivato fin dal primo numero della rivista, nel lontano 1968.
Anche stavolta in risposta all'articolo pubblicato sulla edizione americana, e che afferma esplicitamente che grazie al Sole gli USA possono rinunciare al nucleare, Enrico Bellone, direttore dell'edizione italiana afferma " non ho obiezioni ideologiche contro il solare: dico sommessamente che per arrivarci abbiamo bisogno, per molti anni di energia e che il nucleare può fornirla in ampia parte".Quanta parte, dove saranno costruite le centrali nucleare, con quali tempi, con quali costi, da dove prenderemo le risorse economiche necessarie, dove andiamo ad estrarre l'uranio, dove e come stoccheremo le scorie radioattive? Per il momento di tutto questo non è dato sapere.
Vi ricordate "Ritorno al futuro"? Il divertente film a tre episodi, in circolazione nelle sale alla fine degli anni ottanta, dove sono narrate le incredibili avventure indotte dall'incauto uso di una macchina del tempo?