Un bell'esempio ( anche architettonico) della grande flessibilità della produzione di elettricità da fonte rinnovabile, con celle fotovoltaiche.
Siamo lungo l'autostrada del Sole ( un nome , un programma ancora mancato) e l'immagine mostra le pensiline dell'area di sosta di un autogrill.
Le coperture sono pannelli fotovoltaici che trasformano l'energia solare direttamente in elettricità che è messa direttamente in rete.
Ovviamente sotto ai pannelli le auto in sosta stanno in ombra, un modo per risparmiare un pò di benzina per il funzionamento degli impianti di condizionamento, quando la vettura partirà, non arroventata dagli stessi raggi solari.
Oggi è così, domani con auto elettriche a celle a combustibile e idrogeno, ogni auto potrebbe ricaricarsi in parte, durante la sosta, grazie al sole.
In base alle quotazioni di oggi, una tonnellata di alluminio vale 1.850 euro, una tonnellate di rame 4.670 euro e una tonnellata di ghisa ( ferro) 509 euro.
Sono prezzi in forte crescita insieme a quelli di altri metalli indispensabili per la nostra vita moderna ( piombo, nichel, cadmio...).
Il motivo della crescita è la forte domanda di paesi emergenti come la solita Cina e l'India, lo stesso motivo alla base dell'aumento del prezzo del petrolio e del grano.
La Repubblica del 28 Luglio commenta questo fatto con un pezzo di "colore", ovvero con l'aumento del furto di tombini, visto il loro valore.
Ad oggi nessuno che abbia fatto un ragionamento su quanto ferro, rame, alluminio cè nei nostri rifiuti e quale è il loro valore di mercato.
Per darvi qualche numero , ogni anno produciamo 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani dove si trovano circa 1,5 milioni di tonnellate di metalli.
Fossero tutti a base di ferro ( il metallo che vale meno) il loro valore di mercato è di 750 milioni di euro.
Ovviamente classificare come rifiuto qualche cosa che vale oltre 4.000 euro a tonnellata come il rame nei motori elettrici di frullatori e lavatrici e nei trasformatori dei vecchi televisori e fare poco o nulla per recuperarlo è una idiozia suicida.
Personalmente ho raccolto qualche chilo di lattine di alluminio e ho deciso di tenerle iin soffitta fino a quando non sarà organizzata una raccolta differenziata in cui mi sarà riconosciuto una parte del suo valore. Vedremo quanto mi toccherà aspettare.
Su Grazia, intervista al ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo.
"Una guerra ai sacchetti di plastica la scatenerei. Bisognerebbe usare solo quelli di stoffa o biodegradabili.
Ecco, lo scriva : la moda dovrebbe cimentarsi ad inventare qualche cosa di ecologico che diventi popolare. Deve diventare popolare il concetto di riuso e riciclo. Bisogna diminuire la dose di rifiuti e diventare più parsimoniosi."
Complimenti alla neo ministra.
Chi sa cosa ne pensa Berlusconi e il ministro Scaiola il cui slogan pare essere quello delle 3T:
Termovalorizzare Tutto il Termovalorizzabile.
Il primo di Luglio ero a Dalmine , a due passi da Bergamo, per una delle mie solite conferenze.
La provincia di Bergamo ha una buona raccolta differenziata: 49,6%. Ma con una singolare anomalia sulla percentuale di raccolta per ogni singola frazione.
Nel Bergamasco si raccoglie in modo differenziato l'84,7% del vetro, il 78,6 di sfalci e potature, il 61 % di carta e cartone, il 48,7% di frazione umida e solo il 22,5% di plastica.
Non vi sembra strano questo andamento?
Le percentuali di raccolta sono tendenzialmente inversamente proporzionali al potere calorifico del materiale raccolto.
Se vi dico che la provincia di Bergamo ha due inceneritori in cui bruciano 230.000 tonnellate all'anno dei MPC prodotti dai suoi abitanti, vi è chiaro l'arcano?
Se ci sono inceneritori, va bene la raccolta differenziata, ma solo per quello che non brucia o non brucia bene; se nò che fine fa l'investimento?
L'assessore competente, presente all'incontro, ha spiegato questa anomalia con il fatto che è poco conveniente raccogliere la plastica in modo differenziato e riciclarla.
Sarà un'anomalia Ligure, ma nei due quartieri genovesi, dove abbiamo avviato la raccolta porta a porta riusciamo, senza particolari problemi, ad intercettare quasi tutta la plastica prodotta.
Per la cronaca, la Liguria non ha inceneritori e stiamo facendo di tutto, insieme alla nostra sindaco, per non averne.
In allegato e nei Media del blog troverete copia di un documento del Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) su una politica di riduzione dei MPC.
Interessante il capitolo a pagina 48 , sulle scelte fatte in diversi paesi Europei, per introdurre una tassa sulle bottiglie vuote (vuoto a rendere) per incentivare il riuso dei contenitori di bevande, anche quelle in plastica.
Questi paesi sono : Francia, Spagna, Austria, Finlandia, Belgio, Germania, Danimarca, Regno Unito, Paesi Bassi. Per la cronaca, il vuoto a rendere è operativo da tempo anche negli Stati Uniti.
Questa pratica in uso anche in Italia, è stata abbandonata negli anni '60 quando in pieno boom economico abbiamo creduto di essere diventati benestanti e potevamo permetterci il tanto comodo "usa e getta".
Se il vuoto a rendere fosse ripristinato in Italia, gran parte delle 350.000 tonnellate all'anno di bottiglie di PET sparirebbe dai casonetti e gli inceneritori presenti e futuri sarebbero in difficoltà, non avendo niente da bruciare, in quanto solo la plastica è un MPC con un potere calorifico degno di questo nome.
Secondo voi come andrà a finire?
Segue il mio contributo scritto al Convegno tenutosi ad Asti, il 16 luglio
Incenerire i rifiuti è una scelta razionale?
Federico Valerio
Bruciare quello che avanza dalle nostre attività quotidiane, i nostri Materiali Post Consumo, i cosidetti rifiuti, è una scelta razionale?
Per dare una risposta altrettanto razionale, cominciamo esaminando la composizione media di 1000 chili di scarti urbani e individuando gli eventuali pericoli igienico sanitari che nascondono questi materiali.
Oltre 220 chili, sui mille esaminati, sono composti letteralmente di acqua, presente come umidità in gran parte degli scarti, in particolare negli scarti derivante dalla preparazione di cibo; ovviamente la pericolosità di questa acqua è nulla e altrettanto ovviamente è nullo il suo potere calorifico.
In media, altri 250 chili dei nostri materiali post consumo sono fatti di vetro, ceramica, metalli vari (lattine in acciaio e alluminio); anche in questo caso si tratta di scarti chimicamente e biologicamente inerti, innocui per la salute; vetro e metalli hanno potere calorifico pari a a zero e addirittura ci sono controindicazioni al buon funzionamento degli inceneritori se nei rifiuti è presente del vetro che, fondendo, può ostacolare il buon funzionamento delle griglie mobili del forno.
Circa 200 chili sono fatti di contenitori e film di plastica, anche in questo caso usati in prevalenza per contenere bevande e alimenti o prodotti per l’igiene della casa. Dal punto di vista igienico ambientale le plastiche non presentano nessun problema se non quello in alcuni tipi di plastiche di additivi quali alcuni ftalati sospettati di effetti nocivi, il cui uso, comunque si sta progressivamente riducendo.
Il potere calorifico delle plastiche è di qualche interesse, circa 5000 chilocalorie al chilo, simile a quello di un carbone di bassa qualità (lignite), tuttavia, se raccolte separatamente, è più conveniente, sia tal punto di vista ambientale che energetico, riciclare le plastiche piuttosto che bruciarle.
Cellulosa e lignina sono i componenti principale di altri 150 chili dei nostri scarti, in prevalenza presente sotto forma di carta e cartoni e di un po’ di legno (cassette della frutta). Si tratta di un altro scarto assolutamente innocuo, con un basso potere calorifico (4.000 chilocalorie per chilo) ma di fatto una materia prima molto più interessante per le cartiere (produzione di carta e cartone) e per l’industria del legno (pannelli in truciolare).
Per arrivare a mille, mancano circa 180 chili fatti in prevalenza di proteine, carboidrati, grassi, zuccheri: gli avanzi delle nostre cucine e gli scarti di lavorazione del nostro cibo.
Questi pochi scarti, insieme ad altri di origine biologica (assorbenti, pannolini…) hanno un elevato contenuto di umidità (oltre il 40%) che ne sconsiglia la combustione, ma proprio questi pochi scarti sono l’unico vero problema igienico-sanitario presente nei rifiuti urbani: senza adeguati trattamenti, gli scarti di cibo generano cattivo odore, attraggono insetti e animali, possono essere causa di epidemie e, messi in discarica, producono liquidi (eluati) carichi di sostanze inquinanti (ammoniaca, nitrati, nitriti..) che, a loro volta possono liberare metalli pesanti tossici (cadmio, piombo, mercurio, nichel..) presenti in alcuni rifiuti (plastiche clorurate, lampade al neon, pile.. ).
Come ben sa chi già fa compostaggio domestico, gli scarti di cucina e dell’orto, gli sfalci d’erba e le potature, in circa due mesi di semplici trattamenti di tipo biologico, si trasformano in terriccio (compost) indispensabile per una sana produzione agricola e di cui i nostri campi, compresa la pianura Padana, hanno un gran bisogno, dopo decenni di sfruttamento con fertilizzanti chimici. E nel compostaggio l’elevata presenza di umidità non è di impedimento al processo, anzi.
Tecniche di trattamento biologico quali il compostaggio sono la soluzione ottimale per la frazione umida, ma anche per la frazione ricca di cellulosa, quali scarti di carta, cartoni e legno non riciclabili.
Pertanto dei 1000 chili di scarti che stiamo esaminando, circa 600 chili (umidità compresa) sono formati da scarti biodegradabili (cibo, sfalci, carta, legno..) che possono essere compostati e una volta compostati, perdono ogni possibile effetto di rischio per la salute, compreso il cattivo odore.
Questi stessi scarti biodegradabili (ricordiamolo 600 chili su mille) si prestano per un diverso trattamento biologico che frutta l’attività di altri microorganismi che, in assenza di ossigeno, trasformano questi scarti biodegradabili in metano, gas recuperabile ed utilizzabile come fonte di energia, per la produzione di calore, energia elettrica, autotrazione.
Questi stessi impianti (digestori anaerobici) producono fanghi che, mescolati a ramaglie, possono essere compostati ed usati in agricoltura.
Compostaggio e digestione anaerobica, sono tecniche affidabili, senza particolari problemi di economia di scala, intrinsecamente a basso impatto ambientale e con costi, tempi di ammortamento e tempi di realizzazione assolutamente competitivi con quelli della termovalorizzazione.
Queste stesse tecniche biologiche si prestano per inertizzare gli scarti indifferenziati che residuano alla raccolta differenziata che, dopo il trattamento biologico si prestano a recuperi dei materiali utili (metalli, vetro, plastiche, scarti cellulosiche) separati con sistemi ottici e meccanici.
Questi trattamenti denominati Trattamenti Meccanico Biologici (TMB) son in forte sviluppo in tutto il mondo grazie ai loro intrinseci vantaggi economici ed ambientali tanto è vero che una parte dei rifiuti campani inviati in Germania sono stati trattati in questo tipo di impianto, senza essere inceneriti come si è voluto far credere agli italiani.
Cosa succede se invece di riciclare e compostare, decidiamo di incenerire i mille chili di rifiuti di composizione simile a quella che abbiamo in precedenza descritto?
L’incenerimento fa reagire ad alta temperatura tutti gli scarti combustibili con l’ossigeno dell’aria. La reazione produce calore, trasforma le sostanze combustibili in anidride carbonica e acqua, ma produce anche grande quantità di nuovi composti tossici in gran parte neppure presenti nei rifiuti inceneriti: ossidi di azoto, anidride solforosa, acido cloridrico e fluoridico, polveri fini ed ultrafini, diossine, policiclici aromatici.
E metalli quali cadmio, nichel, mercurio, presenti in forma innocua nelle plastiche e nelle pile sono trasformati in composti chimici più pericolosi per l’ambiente e la salute umana.
Per ridurre l’impatto ambientale e sanitario degli inquinanti prodotti dall’incenerimento si adottano complessi e costosi sistemi di trattamento dei fumi che riducono ma non annullano l’inquinamento.
Nei migliori inceneritori oggi in funzione, quelli austriaci, ogni mille chili di acqua, carta, plastica, metalli, scarti di cibo inceneriti , sono emessi in atmosfera circa 300 grammi di composti tossici.
In particolare: 7 grammi di polveri sottili, 4 grammi di acido cloridrico, 25 grammi di anidride solforosa, 189 grammi di ossidi di azoto, 101 grammi ossido di carboni, 0,1 grammi di mercurio) e 44 nanogrammi (miliardesimi di grammo) di diossine.
E gli inceneritori a loro volta producono rifiuti solidi: sono le ceneri pesanti, tutto quello che non brucia che si trova nei rifiuti, ma anche le ceneri leggere, ossia tutti i rifiuti solidi che si producono dalla depurazione dei fumi.
Per ogni mille chili di rifiuti inceneriti un moderno inceneritore produce circa 250 chili di ceneri pesanti e 25 chili di ceneri leggere.
E queste ceneri, in particolare le ceneri leggere, non sono affatto inerti: vi si trovano metalli e composti tossici a concentrazioni tali da far spesso classificare questi scarti come rifiuti tossici e comunque non smaltibili in discarica se non dopo idonei trattamenti di inertizzazione, quali ad esempio il mescolamento a cemento.
Quale razionalità c’è in un costoso processo quale l’incenerimento che trasforma scarti innocui quali sono i rifiuti urbani in scarti tossici?
I gestori degli inceneritori vantano la produzione di calore e di energia elettrica da parte dei loro impianti ma si dimenticano di sottolineare un’anomalia di questi impianti, ovvero che, solo con gli inceneritori, i produttori del “combustibile” (famiglie ed aziende) pagano (molto caro) per la trasformazione del loro “combustibile” in energia.
Questa anomalia ha una spiegazione banale: i rifiuti urbani sono un combustibile povero, a causa della elevata quantità di umidita e di inerti presenti e i costi di gestione di quest’impianto non sono affatto coperti dalla vendita di calore ed elettricità.
Gli inceneritori, anche se ribattezzati termovalorizzatori, con una abile opera promozionale tutta italiana, sono impianti per lo smaltimento dei rifiuti i cui costi (i più alti in assoluto, rispetto agli altri sistemi di trattamento, compreso il riciclo) sono coperti dalla tassa dei rifiuti pagata da famiglie e aziende e dalla vendita di calore ed elettricità fatta pagare alle stesse famiglie e alle stesse aziende che producono il “combustibile”; un sicuro affare per il gestore, un costo netto a carico dei bilanci di famiglie e aziende.
In Italia, inoltre, esiste un’anomalia mondiale: siamo l’unico paese al mondo che incentiva con danaro pubblicol’incenerimento dei rifiuti, fatti diventare per legge fonte di energia rinnovabile.
Grazie a questi trucco, le famiglie Italiane, pagano 50 euro per l’elettricità prodotta “termovalorizzando” 1000 chili della loro spazzatura, una seconda tassa occulta sui rifiuti riscossa con la bolletta della luce.
E’ probabile che molti dei lettori di queste note, non sappiano nulla di Certificati Verdi e CIP 6, i trucchi usati per riscuotere questa tassa che nessuna forza politica vuole abolire, ed è anche probabile che gli stessi lettori non sappiano che Austria, Danimarca, Svezia, da anni tassano pesantemente la termovalorizzazione dei rifiuti e che questa stessa tecnologia di smaltimento, non riceve nessun incentivo pubblico in Germania e negli Stati Uniti.
Motivo dichiarato di queste scelte, da parte dei Parlamenti di questi Paesi, è quello di disincentivare l’incenerimento con recupero energetico e di promuovere il riciclo e il riuso degli scarti, scelte molto più intelligenti e di sicuro interesse collettivo: se mille chili di rifiuti urbani si riciclano, l’energia che si risparmia è tre volte maggiore dell’energia che si produce con la “termovalorizzazione” di quegli stessi mille chili di scarti.
E già che ci siamo, un’altra informazione che gli Italiani ignorano: Austria e Germania hanno degli inceneritori ma li usano per trattare rispettivamente il 10 e il 22% dei loro scarti, mentre riciclano e compostano, rispettivamente il 60 e il 42% dei loro scarti. Il resto, tolto gran parte dell’umido, lo mettono in discarica.
Il fatto è che anche l’inquinamento prodotto con il riciclo è nettamente inferiore all’inquinamento prodotto dalla termovalorizzazione .
Ad esempio, i rifiuti solidi prodotti dal riciclo sono inferiori a 100 chili per ogni mille chili di scarti riciclati e la tossiccità di questi scarti è pari alla tossicità originaria dei materiali riciclati (quindi nulla) e comunque nettamente inferiore alla tossicità delle ceneri che si sarebbero prodotte se quei milli chili di scarti fossero stati inceneriti.
Ritorniamo ai mille chili di spazzatura che abbiamo esaminato in dettaglio; una marea di dati di fonte nazionale ed internazionale ci dice che di questi mille chili oltre 800 chili sono separabili alla fonte da parte degli stessi produttori e assolutamente riciclabili grazie all’alta qualità delle separazioni che le famiglie sono in grado di realizzare.
Obbiettivi di raccolta di differenziata finalizzata al riciclo pari all’80% sono le prestazioni possibili con sistemi innovativi di raccolta domiciliare quali quelli denominati Porta a Porta, sistemi ormai collaudati con successo sia nei paesini sperduti in montagna, che nei megacondomini di città.
E infine un’altra inedita informazione: da anni Stati Uniti, Germania, Danimarca hanno introdotto la tassa del vuoto a rendere per tutti i contenitori di bevande di grande consumo, bottiglie di plastica e lattine, compresa la Coca-Cola che in questi paesi è venduta in bottiglie di plastica dello stesso tipo (PET) della stessa forma usata in Italia, ma con pareti più spesse, in modo che ogni bottiglia, con il vuoto a rendere, possa essere riempita e riusata almeno 50 volte prima di essere riciclata.
L’Italia è il paese con il maggior consumo procapite al mondo di acqua confezionata, consumo che avviene, quasi totalmente, grazie a bottiglie di plastica “usa e getta”: 350.000 tonnellate all’anno!
E’ una scelta stupida, come è stupida la scelta di termovalorizzare tutte queste bottiglie di plastica e tutto il resto.
Ovviamente chi cerca di fare il furbo è chi vuol far credere agli italiani che consumare, gettare e termovolarizzare sono una inevitabile e innocua scelta di progresso.
Per chi vuole approfondire e tenersi aggiornato visitare il Blog
federicovalerio.splinder.com
L'Associazione Nazionale Imprese Difesa Ambientale (ANIDA) il 15 Luglio ha presentato il suo piano per salvare il Paese dall'emergenza rifiuti: 50 nuovi inceneritori da 250.000 tonnellate/anno .
Costo previsto, sette miliardi di euro in sette anni: indovinate chi paga.
Se il piano si realizzasse l'Italia, incenerendo il 40% dei suoi Materiali Post Consumo, diventerebbe il secondo paese inceneritorista in Europa, dopo la Danimarca che ne incenerisce il 60%.
Ricordiamo che la Germania incenerisce il 22% dei suoi MPC e l'Austria il10%.
Gli impianti proposti incenerirebbero 12,5 milioni di tonnellate di MPC che aggiunti ai 5 milioni di tonnellate attualmente incenerite, fanno 17,5 milioni di tonnellate.
Questo sistema produrrebbe ogni anno 3,5 milioni di tonnellate di rifiuti ( ceneri) da trattare in qualche modo e immetterebbe in atmosfera circa 780 milioni di nanogrammi di diossine, se tutti questi inceneritori ( circa 100) rispettassero i limiti dei tre (sic) inceneritori operanti in Austria.
Come difesa dell'ambiente e della salute, non c'è male.
E i Napoletani cominciano a dare la loro risposta a chi gli vuole affibbiare "vita natural durante" quattro costosi e sovradimensionati inceneritori dell'"ultima generazione".
Nel quartiere napoletano di Colle Aminei (20.000 aìbitanti) ,dopo solo due mesi di preparazione ,è partita la raccolta porta a porta e i primi risultati sfiorano l'80% di raccolta differenziata!
Chi ha voluto far credere che la crisi dei rifiuti è responsabilità dei cittadini campani ha avuto una prima risposta.
Mi è molto piaciuto il sito organizzato da ASIA ( Azienda Servizi Igiene Ambientale) per fornire ai cittadini tutti gli strumenti utili per raggiungere questo splendido risultato.
Val la pena dargli un'occhiata.
www.asianapoli.it/portaaporta/home.htm
In particolare da meditare e diffondere il concetto che la produzione di rifiuti non è segno di "sviluppo" ma di inefficenza e spreco del sistema produttivo e di consumo
Le persiane.
Se avete la fortuna di avere le persiane come sistema di chiusuara chiusura delle vostre finestre, guardatevi bene dal sostutuirle con apparentemente più moderni marchingegni.
All'inventore della persiana bisognerebbe assegnare un premio Nobel alla memoria per il bel servizio fatto all'umanità. Non c'è strumento altrettanto semplice e funzionale per garantire contemporaneamente ventilazione, protezione dal Sole, privacy, modalità di gradazione della luce da far entrare in casa.
E con il mio solito termometro ad infrarossi ho scoperto che una persiana in alluminio non ha affatto l'effetto termosifone che ipotizzavo si potesse verificare esponendo al sole una persiana in alluminio invece della classica in legno.
E, anche se un pò dispiace, una persiana di alluminio ha dalla sua la facile pulizia e nessuna necessità di manutenzione. Comunque una persiana di alluminio può essere facilmente riciclata, forse meglio di una persiana in legno.
Certamente l'alluminio conduce più facilmente il calore, rispetto al legno che è un ottimo isolante termico, ma la grande superfice di scambio che offrono le alette della persiana, fa si che, anche se in alluminio, una persiana esposta al sole, raggiunge temperature non molto più elevate della temperatura esterna e solo a qualche grado in più di una in legno, esposta nelle stesse condizioni.
Ho l'impressione che, a parità di superfice vetrata da ombreggiare e di colore, una moderna tapparella non abbia lo stesso comportamento.