Manuale di sopravvivenza di uno scienziato preoccupato ma non ancora disperato
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Nome: Federico Valerio
Le mie radici napoletane da tempo si sono abbarbicate agli scogli di Liguria. Sono un chimico che cerca di salvaguardare la salute della gente e l'ambiente e, a volte, ci riesce...
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Mi hanno chiesto un parere su un nuovo elettrodomestico proposto dalla RDR System per organizzare, in casa, la raccolta differenziata e sul metodo di compostaggio domestico (R-EM Bokashi), proposto dalla stessa ditta.
Innanzitutto, trovo positivo che il mondo produttivo italiano abbia scoperto la raccolta differenziata e stia studiando prodotti che rispondano a questa esigenza: questo significa che la RD non è più un oggetto misterioso, noto a pochi adepti e quindi non appetibile al mercato.
Detto questo, valutiamo criticamente cosa propone la RDR System. Si tratta di un vero elettrodomestico,da incassare nella cucina, dedicato alla raccolta differenziata che tritura e separa: vetro, alluminio, plastica e frazione umida.
Vantaggi: i volumi degli scarti separati si riducono notevolmente.
Svantaggi: il tutto costa una cifra, non credo piccola, e aumenta i consumi di corrente famigliare; inoltre il vetro in frantumi non è gradito alle vetrerie che preferiscono avere contenitori integri facilmente separabili per colore.
L'unico vero problema, per una famiglia riciclona come la mia, è ridurre il volume dei flaconi in plastica: quelli in polietilene sono flessibili e di fatto incomprimibili. Stiamo risolvendo il problema alla radice in quanto, finalmente, abbiamo trovato un negozio che vende detersivi e saponi liquidi alla spina e la signora Valerio dopo la prova bucato ( il profumo è di suo gradimento, come pure il bianco ottenuto) ha detto Si.
Tornando alla soluzione del problema stoccaggio, come utente, per fare lo stoccaggio provvisorio dei diversi scarti, mi serve un sistema razionale, di facile uso, modulare, di ingombro ridotto e se è bello da vedere, tanto meglio. Al momento mi trovo bene con tre contenitori impilabili dell'Ikea, con apertura sul lato superiore, dedicati alla carta, alla plastica e ai metalli. L'umido lo raccolgo a parte, sotto il lavello, in un piccolo cestello areato, del tipo che si usa per la raccolta differenziata dell'umido, con sacchetti rigorosamente di carta riciclata.
Per quanto riguarda il metodo Bokashi, per il compostaggio dell'umido, la ditta vende fermenti in grado di accelerare la degradazione degli scarti umidi, secondo un metodo giapponese che, nel paese del Sol Levante chiamano Bokashi. Non so che cosa significhi in giapponese, ma da come fulziona il sistema, mi sa che dalle nostre parti lo stesso sistema si chiami "letamaia" e come capite è certamente meno elegante.
Scherzi a parte, pare che la fermentazione che i Giapponesi adottano per riciclare gli scarti dell'orto siano di tipo anaerobico (senza aria) e probabilmente la soluzione che la Ditta in questione vende, insieme ad una piccola compostiera in plastica, a chiusura ermetica, è una miscela di batteri anaerobi.
Anche in questo caso, mi sembra che sia danaro buttato. Una passeggiata nel bosco, permette di avere tutta la carica microbica che serve per fare il compostaggio, che preferisco sia aerobico, e il riuso di una parte del compost prodotto mi permette, da ormai diversi anni, di fare bene e velocemente il compostaggio sul poggiolo di casa, senza dover pagare un euro a nessuno.
Per evitare il rimescolamento è sufficente triturare bene gli scarti, prima di metterli nella compostiera, cosa che , per quanto riguarda gli scarti della frutta, facciamo a mano, con un coltello, alla fine del pranzo, mentre facciamo due chiacchere.
In quanto alla compostiera, come forse già sapete, per una famiglia senza giardino o orto, come la mia, un bel vaso di coccio, va più che bene e non escludo che, anche un più comodo vaso in plastica, sia adatto al compito; sarà la mia prossima sperimentazione.
Vi farò sapere.
Dal 5 al 9 ottobre in Sardegna ci sarà un'importante convegno internazionale sulla gestione dei rifiuti.
In quest'occasione presenterò una rassegna bibliografica sugli studi che permettono di fare confronti tra gli impatti ambientali dei diversi sistemi di gestione dei rifiuti.
Utile segnalare che tutti gli studi presi in considerazione (una ventina, di cui sei riguardano realtà italiane) confermano l'assoluta priorità da dare al riciclo, rispetto all'incenerimento con recupero energetico, per gli indubbi vantaggi energetici ed ambientali del riciclo.
Un interessante studio, basato sull'Analisi dei Cicli di Vita (in inglese Life Cycle Assesment -LCA) e pubblicato quest'anno, è quello condotto dall'Università di Salerno, avente come oggetto le scelte migliori, possibili in provincia di Avellino, per uscire dalla emergenza rifiuti. Ecco una sua sintesi, tratta dalla mia rassegna; faccio notare che il migliore scenario identificato dai colleghi di Salerno è maledettamente simile a quello che vorremmo fosse realizzato a Genova (Modello Genova). Purtroppo i nostri amministratori stanno imbroccando strade molto più banali...
Ehi! Ma che cosa succede? L'ultimo numero di Venerdì di repubblica, in uscita oggi, dedica copertina e nove pagine di servizi alla raccolta differenziata e al riciclo.
Sono segnalati i tanti dubbi dei pochi italiani ricicloni ( dove metto il preservativo? :-) Ma con questo servizio, un pò di italiani, dopo noi, scoprono che San Francisco ricicla il 70% dei suoi materiali post consumo e che Germania e Belgio hanno superato il 60%.
E sullo stesso numero, a pag 66, una notizia carina, sempre in tema di riciclo: i meloni scartati dal mercato, perchè ammaccati o cresciuti stortignaccoli possono diventare bioetanolo. L'informazione viene da uno studio pubblicato su Biotechnology for biofuels che ha verificato che si possono ricavare duecentoventi litri di carburante , per ogni ettaro di terreno coltivato ad angurie. Non male, visto che prima di questa scoperta, andavano tutte al macero.
Dopo il Politecnico di Milano, anche il Politecnico di Torino è costretto a riconoscere che il riciclo è meglio dell'incenerimento con recupero energetico e che è meglio ( dal punto di vista dell'efficenza energetica e della tutela dell'ambiente ) riciclare il 65% dei MPC invece del 52%.
Lo studio, licenziato alla fine del 2008, ha riguardato il sistema integrato di gestione dei MPC della Provincia di Torino.
Questo è un risultato comunque importante, in quanto conferma che gli obiettivi fissati dal Governo Prodi (RD al 65% entro il 2014) sono, quantomeno giustificati, da questi indubbi vantaggi collettivi.
Anche i pretrattamenti della frazione indifferenziata (TMB) sono promossi dallo studio torinese, anche se con la sola sufficenza, in quanto permettono una riduzione di gas serra superiore a quella che l'intero ciclo di vita ad essi associati, produce.
In particolare, le prestazioni energetiche e la riduzione di gas serra sono favorevoli quando l'umido, separato con trattamenti meccanici è inviato ad un impianto di digestione anaerobica (operativo in Piemonte, a Pinerolo) con recupero energetico del biogas.
Ovviamente, visto che il piano provinciale lo prevede, alla fine c' è sempre il solito inceneritore ( quello di Gerbido) con recupero energetico.
Comunque i ricercatori del Politecnico concludono:
" La questione pretrattamento o incenerimento diretto del rifiuti residuo ( che deve essere effettivamente "residuo" poichè il recupero energetico e i benefici ambientali dei riciclaggio sono certamente maggiori) non può essere decisa solo su basi energetiche ed ambientali, ma deve esere anche interessate le sfere economiche, gestionali e sociali. In particolare .... si deve considerare la complessità di conduzione di sistemi biologici ( basta affidarli a biologi ben preparati ndr), l'effettiva destinabilità del calore residuo per la termovalorizzazione, la reperibilità di destini finali per la frazione organica stabilizzata."
Mi sembrano osservazioni corrette ed oneste che tutti dovrebbero fare...
Un altro interessante risultato è quello della analisi economica: "passando dal 52 al 65% di raccolta differenziata si renderebbero disponibili ( per mancati costi di smaltimento ndr) circa 17 milioni di euro all'anno per uno schema senza pretrattamento e circa 3 milioni di euro all'anno, con pretrattamento . Somme disponibili per politiche di incentivo per portare la RD al 65%."
Non male!
Arrivano i bilanci europei e nazionali sulla gestione dei Materiali Post Consumo, aggiornati a tutto il 2007.
Nell'Europa dei 27, la produzione media pro capite è a 522 chili; un italiano medio ne ha prodotto poco più, 550 chili.
Le stime del centro di ricerca di ISPRA, relative allo stesso anno, ci attribuisce qualche chilo in meno ( 546 kg) ma questo stesso Ente certifica che, nel 2006, i kg procapite prodotti da un italiano medio erano 550. Quindi il 2007 è il primo anno in cui in Italia, la continua crescita della produzione procapite di rifiuti non solo si è fermata ma ha dato segni di decrescita. Era ora!
Questo dato va di pari passo con la produzione complessiva di MPC di origine urbana ed assimilata che, in Italia, nel 2007 è stata di 32,5 milioni di tonnellate, solo l'0,1 % in più rispetto all'anno precedente; al momento la crescita più bassa. Vedremo come è andata nel 2008 e ancor più come andrà nel 2009.
E' il caso di ricordare che nel 2007 abbiamo continuato a consumare e produrre rifiiuti come se niente fosse e quasi nessuno prevedeva l'arrivo della crisi globale e la conseguente riduzione dei consumi. con un presumile riflesso sulla produzione di rifiuti.
Tornando all'Europa, vediamo che fine fanno i MPC degli Stati più virtuosi.
La Germania (con 564 chili a testa) ne ricicla il 46% ( è la migliore della classe ) e invia al compostaggio un altro buon 18 %.
Il Belgio (produzione 492 kg a testa) ricicla il 39 % e composta il 23%.
L'Austria (produzione procapite 597 chili) ricicla il 21% e composta il 38% (il risultato migliore tra i paesi europei, per quanto riguarda il compostaggio).
Tutte queste tre nazioni, insieme all'Olanda , riciclano e compostano più rifiuti di quanti non ne mandino ai rispettivi inceneritori.
Belgio, Germania e Austria, nel 2007, hanno incenerito rispettivamente il 34, il 35 e il 28 % dei loro MPC.
La discarica, utilizzata in Italia per il 46% dei MPC nazionali, non è sparita da nessuna parte.
Belgio, Germania, Austria hanno fatto ricorso alle discariche per il 4, 1, 13 % rispettivamente.
In questa classifica europea, l'Italia spicca per la quota compostata, pari al 33%, che la pone al secondo posto, subito dopo l'Austria, mentre il riciclaggio si ferma al l' 11%, la stessa percentuale dei nostri rifiiuti inceneriti.
Insomma se riuscissimo a riciclare come la Germania (46%: obiettivo ancora lontano, ma ampiamente raggiunto in diverse regioni) e a compostare come l'Austria (38%; ci siamo quasi) ci saremmo tolti di mezzo l'84% dei nostri MPC. Pertanto , con gli attuali inceneritori (11 % di incenerimento) e solo un 5% di discarica potremmo chiudere a basso impatto ambientale il ciclo di tutti i rifiuti prodotti in Italia.
Ovviamente tutto diventa più facile se nel frattempo, come pare stiamo cominciando a fare, impariamo a produrre meno rifiuti.
Come sapete chi è al governo e all'opposizione non la pensa proprio così e, grazie ai facili guadagni dei certificati verdi e dei CIP 6 dati agli incenritori, aspira a farci diventare la prima nazione inceneritorista in Europa.
A Londra, alla fine del 2008, ha aperto i battenti la prima fabbrica, progettata per produrre bottiglie per la confezione di alimenti, utilizzando solo plastica post consumo.
L'impianto tratta 35.000 tonnellate all'anno di contenitori di plastica post consumo che sono trasformati in nuovi imballaggi per alimenti, di purezza adeguata a soddisfare le rigide norme a tutela della salute dei cittadini.
Partner dell'impresa nientepopodimeno che la Coca Cola che, udite -udite, ha l'obiettivi di utilizzare il 25 percento di PET riciclato per la produzione delle sue famose bottiglie in vendita sul mercato europeo e questo entro la fine del 2010. Chi sà se in questo obiettivo è compreso anche il mercato italiano.
E non crediate che questa notizia sia di poco conto.
Per raggiungere gli obiettivi di purezza necessari, non basta fare la raccolta differenziata di qualità, occorrono complesse operazione di separazione che grazie a opportune e moderne scelte tecnologiche permettono a costi competitivi di raggiungere gli obiettivi prefissati.
A quanto pare il bilancio economico è in attivo in quanto è in programma l'apertura di un'altra fabbrica di questo tipo (50.000 tonnellate /anno) nel Galles.
A quando la prima azienda italiana di riciclaggio di plastica a ciclo chiuso?
Il COMIECO, consorzio per il riciclaggio della carta, si è "divertito" ad indagare quanto questa pratica sia comune nei porti e negli aeroporti italiani.
Il risultato è stato molto deludente; la palma (si fa per dire ) del riciclo portuale è di Napoli con il 4 e rotti per cento di riciclo. Un po meglio gli aeroporti, ma anche in questo caso siano lontani anni luce dagli obiettivi di legge.
Eppure questi particolari ambienti producono direttamente con le proprie strutture a terra e indirettamente con i rifiuti prodotti da navi ed aerei quantità tutt'altro che trascurabili di rifiuti assimilabili a quelli urbani.
Per fare un esempio, il porto di Genova, nel 2006, ha prodotto 28.300 metri cubi di rifiuti solidi e 38.000 metri cubi di rifiuti liquidi. A palmi, 50.000 tonnellate di rifiuti, più del 13% dell'intera produzione genovese.
Sia nei porti che negli aeroporti si adottano piani di gestione per la raccolta e lo smaltimento che nella maggior parte di casi si appoggiano alla discarica o all'inceneritore più vicino.
Pare che nessuno stia pensando alla possibilità di integrazione di servizi di corretta gestione dei materiali post consumi prodotti nei porti e negli aeoporti, con analoghi servizi a favore della città che li ospita.
In altre parole, cosa vieta che impianti di selezione, riciclo, compostaggio, trattamenti meccanico biologici a servizio di rifiuti prodotti nel porto e nell'aeroporto, siano realizzati all'interno di queste aree e messe, in parte, a servizio di materiali post consumo prodotti dalla città?
La domanda non mi sembra peregrina, per il semplice fatto che sia i porti che gli aeroporti spesso dispongono degli spazi, che mancano in città, idonei per ospitare questi impianti che nessuno vuole sotto le finestre. E questo è particolarmente vero per le città liguri (Genova, La Spezia, Savona) a stretto contatto con i loro porti e con i monti subito alle loro spalle.
L'uso di aree portuali per le operazioni di selezione dei materiali post consumo ha un'altro vantaggio, quello di ridurre le distanze dal punto di trattamento a quello di carico per l'invio (via mare) dei materiali selezionati (carta, vetro, plastica, metalli) o lavorati (compost) ai luoghi di utilizzo o di ulteriore lavorazione.
E' proprio quello che succede a San Francisco, nel cui porto si trova l'impianto di selezione degli scarti raccolti in modo differenziato nella città.
C'è infine un'altra interessante opportunità per la localizzazione in aree portuali di impianti di trattamento anaerobico degli scarti umidi prodotti dalle navi, dall'attività di trasporto e dalla città ospitante: l'energia elettrica prodotta con il biogas ottenuto, potrebbe essere utilizzato dalle navi all'attracco per alimentare i servizi di bordo; in questo modo le stesse navi potrebbero spegnere molti dei loro generatori diesel che certamente peggiorano la qualità dell'aria della città ospitante
Su i giornali di questi giorni la notizia che in Inghiterra stanno pensando che valga la pena recuperare tutta la plastica che sconsideratamente gli Inglesi hanno sepolto nelle loro discariche nei decenni passati. Al prezzo che oggi hanno le plastiche, il cui costo è lievitato insieme a quello del petrolio da cui le plastiche si producono, in tutte le discariche è seppellita una vera fortuna.
L'idea non è del tutto originale e già negli Stati Uniti, le vecchie discariche, nelle quali si trovano giornali stampati negli anni '50 ancora perfettamente leggibili, sono utilizzati come fonte energetica per alimentare alcuni inceneritori.
Questa non mi sembra per niente una bella idea, anche se , purtroppo per loro, è quanto vogliono fare in Val D'Aosta per alimentare il solito termovalorizzatore, che con i pochi scarti prodotti dai valdaostani, non avrebbe alcun senso, dal punto di vista economico, se non ci fosse la garnde vecchia discarica di Aosta da bonificare con il sacro fuoco.
Incenerire le vecchie discariche non mi sembra una bella idea perchè nelle nostre discariche c'è andato a finire di tutto e metterci le mani potrebbe portare butte sorprese.
Mi sembra più intelligente, come si comincia a fare anche in Italia, gestire le attuali discariche per recuperare a fini energetici il metano che si sviluppa naturalmente per fermentazione anaerobica degli scarti biodegradabili, un processo destinato a durare 10-20 anni. Poi, con le dovute attenzioni, valutere l'opportunità di recuperare tutti i metalli ( ferro, alluminio e rame) che sconsideratamente abbiamo buttato via nelle discariche,in quei pochi anni di vacche grasse, ormai belli che andati.
Sulla possibilità di recuperare sacchetti di plastica e altri manufatti di questo materiale ,ho diverse perplessità sulle reali possibilità di un loro riuso: si tratta di plastiche sporche, di tanti tipi diversi mescolati tutt'insieme, probabilmente già in parte depolimerizzati.
Molto meglio cominciare a pensarci oggi a non sprecare tutta la plastica che non riusciamo a riciclare, ripulendola e separandola con trattamenti meccanico biologici e stoccando in modo differenziato questi scarti ( a prevalente composizione cellulosica, a prevalente composizione polimerica) in attesa che diventino commerciabili le tecniche di recupero di questi materiali ( bioetanolo e gasolio)che in tutto il mondo si stanno studiando e che in parte sono già uscite dalla fase di impianti pilota.
In allegato e nei Media del blog troverete copia di un documento del Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) su una politica di riduzione dei MPC.
Interessante il capitolo a pagina 48 , sulle scelte fatte in diversi paesi Europei, per introdurre una tassa sulle bottiglie vuote (vuoto a rendere) per incentivare il riuso dei contenitori di bevande, anche quelle in plastica.
Questi paesi sono : Francia, Spagna, Austria, Finlandia, Belgio, Germania, Danimarca, Regno Unito, Paesi Bassi. Per la cronaca, il vuoto a rendere è operativo da tempo anche negli Stati Uniti.
Questa pratica in uso anche in Italia, è stata abbandonata negli anni '60 quando in pieno boom economico abbiamo creduto di essere diventati benestanti e potevamo permetterci il tanto comodo "usa e getta".
Se il vuoto a rendere fosse ripristinato in Italia, gran parte delle 350.000 tonnellate all'anno di bottiglie di PET sparirebbe dai casonetti e gli inceneritori presenti e futuri sarebbero in difficoltà, non avendo niente da bruciare, in quanto solo la plastica è un MPC con un potere calorifico degno di questo nome.
Secondo voi come andrà a finire?
Il 21 Maggio a Genova è stato annunciato l'avvio della raccolta differenziata Porta a Porta nel quartiere di Sestri, con la partecipazione di 2.380 famiglie e 115 esercizi commerciali.
Dopo la presentazione del nuovo piano di gestione dei Materiali Post Consumo e l'avvio del Porta a Porta nel quartiere di PonteX , questo è il terzo passo per la realizzazione del Modello Genova , un modello di gestione dei materiali post consumo di una grande città, in assoluta controtendenza rispetto al panorama nazionale.
A Genova, se tutto andrà come deve, in pochi anni riusciremo a ridurre significativamente la produzione alla fonte, a riciclare gran parte dei nostri scarti e ad avviare a trattamenti biologici gran parte degli scarti biodegradabili. E quello che resterà non giustificherà dal punto di vista dei costi, nessun "termovalorizzatore" ,il sistema di smaltimento dei rifiuti più costoso che mente umana sia mai stata capace di inventare.
Sarà possibile riuscire in questa impresa anche se collettivamente sapremo riconoscere il reale valore economico che hanno i nostri scarti.
I miei fedeli lettori sanno quanti euro paga il Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) per ogni tonnellata di carta, plastica, alluminio, acciaio, vetro raccolti separatamente, grazie all'opera delle famiglie?
Ecco le cifre, secondo l'ultimo accordo CONAI: carta, 91 €; plastica, 262 €; alluminio, 398 €; acciaio, 78 €; vetro 310 €.
Se vi sembra poco, forse vi interesserà sapere che oggi, il carbone che fa marciare le nostre centrali è pagato 70 € a tonnellata!
In base a stime attendibili, una famiglia media italiana, è in grado di separare correttamente in queste cinque frazioni merceologiche oltre l'80% dei propri scarti. Questo significa che l'italiano medio sa riconoscere di che cosa è fatto l'oggetto che ha terminato le sue funzioni domestiche e se ben informato, lo stesso italiano medio non ha dubbi su cosa mettere nel mastellino dell'umido per la sua raccolta differenziata.
Questo significa anche che l'80% degli scarti prodotti dalle famiglie è riciclabile e che il sistema di raccolta Porta a Porta, che è in grado di sfruttare al massimo queste capacità dei cittadini, ci permetterà entro la fine dell'anno di passare nei quartieri Porta a Porta dall'attuale misero 14% al 60-70%. Si accettano scommesse.
E a questo punto proviamo a stimare quanto valgono per il CONAI tutti gli scarti riciclabili dei genovesi, pari a 93.600 tonnellate annue: 13 milioni di euro (sic). Tredici milioni di euro che che oggi , in gran parte letteralmente buttiamo in discarica!
Ribadiamo il concetto: se tutti i genovesi fossero messi in condizione di separare al meglio i propri scarti, e se tutti lo facessero, il Comune riceverebbe ogni anno dal CONAI 13 milioni di euro.
E i conti non finiscono qui, in quanto il riciclo ci permette di risparmiare sui costi di smaltimento, che in Italia si aggirano sui 90€ a tonnellata; questo significa che Genova ,se riuscisse a realizzare a pieno il proprio modello, ogni anno risparmierebbe 8,4 milioni di euro per evitato smaltimento.
Pertanto se tutte le famiglie genovesi fossero messe i grado di sviluppare al massimo le proprie possibilità, il loro lavoro di separazione alla fonte dei propri scarti, varrebbe complessivamente circa 21 milioni di euro, un quarto del bilancio della Azienda Municipale di Igiene Urbana.
Certo, ci sarà sempre una quota di cittadini che se ne strabatte, ma quelli che fanno e faranno coscienziosamente la raccolta differenziata devono avere un sostanziale ritorno economico del lavoro svolto: pagare una tariffa rifiuti proporzionale alla quantità di scarti indifferenziati da loro effettivamente prodotti. E questo obiettivo di giustizia contributiva ( si paga per quanto si butta) è possibile solo grazie al sistema di raccolta Porta a Porta, la vera rivoluzione copernicana del Modello Genova, che da sola manda in soffitta discariche e termovalorizzatori.